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La tragedia di Rigopiano: un disastro annunciato

Alle distruzioni seguite al terremoto che ha devastato l’anno scorso molti borghi dell’appennino centrale, provocando centinaia di vittime si è aggiunta la tragedia dell’hotel di Rigopiano crollato a seguito di un’enorme valanga che si è abbattuta come un maglio sulla struttura che ha trovato sul suo percorso seppellendo per sempre decine di turisti ospitati nell’albergo. Ventinove persone che il 18 gennaio scorso non si sono più risvegliate. L’evacuazione dell’albergo sarebbe stata possibile ma il bollettino meteo d’allerta non è mai arrivato al Comune di Ferindola. Questa sciagura è l’ultima in ordine di tempo, nel lungo elenco di presunti disastri classificati “naturali” che fanno parte della storia di questo paese. L’unico modo di rendere giustizia a questi morti innocenti crediamo sia quello di aprire la strada alla verità molto spesso offuscata dagli interessi economici o dal silenzio delle istituzioni. La prima anomalia di questa storia risale a 24 ore prima della slavina che ha sepolto l’hotel e le quaranta persone presenti. Il servizio nazionale di previsione delle valanghe, alle ore 16 di martedì emette un’allerta per la zona del Gran Sasso su cui la neve scendeva copiosa sin dal fine settimana. Un rischio “forte” in un’area storicamente esposta alle valanghe, come documentato fin dal 1991. L’evacuazione dell’hotel poteva essere agevolata e portata a termine quel martedì 17 gennaio ma quel bollettino sembra però che sia rimasto in un cassetto della Prefettura, come ha denunciato il sindaco dei Ferindola. Saltata l’evacuazione quel martedì 17, c’era ancora una possibilità per evitare il disastro, ascoltando gli appelli che arrivavano in prefettura. Intorno alle 11 del mattino di mercoledì, il presidente della provincia chiama il governatore della regione Abruzzo per avere una turbina-spazzaneve da mandare su a Ferindola ma solo nel tardo pomeriggio la Regione risponde annunciando che solo nelle prossime ore sarebbe stato possibile avere a disposizione una turbina quando quella turbina tanto richiesta in quelle drammatiche ore era stata sempre lì a pochi chilometri dall’hotel e spostata dalla prefettura di Pescara per pulire altre strade. Quando viene deviata sulla provinciale 8 sono ormai le venti; da più di tre ore l’hotel è un cumulo di macerie. Dopo una disperata marcia notturna, i soccorritori arrivati sul posto potranno salvare, a rischio della propria vita, solo alcuni degli ospiti rimasti intrappolati nella struttura: per ventinove di loro non ci sarà più niente da fare.

DISASTRO NATURALE o SCIAGURA SOCIALE? Questa la cruda e stringata cronaca dei fatti su cui, passate le emozioni dei primi giorni, c’è bisogno di meditare non tanto per accertare le singole responsabilità sulle quali sta indagando la magistratura ma per far luce sulle ricorrenti catastrofe tutte catalogate come “fenomeni naturali”. Certo, la natura ha i suoi tempi e le sue esigenze che non tengono conto degli errori dell’uomo ma è la società che deve farsi carico di non sconvolgere il corso della natura. Non si può parlare di evento naturale che esime l’uomo da ogni responsabilità. E nel caso di Rigopiano, non si è tenuto conto che non poteva essere trasformata in un resort di lusso la piccola struttura già esistente – poco più di un rifugio alpino – posta sotto un canalone di rocce e neve. Eppure bastava leggere i segnali della natura o la relazione di una guida alpina che già nel 1999 classificava quella zona ad alto rischio valanghe. E’ stata una piccola scossa tellurica a mettere in movimento un’enorme massa di neve ma sarebbe bastato anche un piccolo smottamento del terreno. Il fatto è che l’Italia ancora fatica a capire che il sistema per evitare simili sciagure è quello della prevenzione. Non ci si può lavare le mani, andando a ricercare solamente le responsabilità personali di chi ha sottovalutato il rischio o addirittura dimenticato in un cassetto l’allerta lanciata. Ciò servirebbe ancora una volta a nascondere i limiti del nostro sistema sociale, le colpe di una società che preferisce occuparsi delle conseguenze dei disastri invece di prevenirli. La macchina della ricostruzione, in effetti, con investimenti pubblici a pioggia, provoca un aumento del PIL: masse enormi di capitali vanno a concentrarsi nelle mani di chi si occupa della ricostruzione, ovvero imprese pubbliche e private che gestiscono i fondi messi a disposizione dallo Stato. Fondi che sempre più spesso vengono utilizzati per foraggiare schiere di giovani imprenditori rampanti e vecchi agguerriti politici che se ne servono per mantenere il controllo sulla propria clientela politica. E così, a distanza di decenni dal terremoto che sconvolse l’Irpinia, si scoprì che quei fondi non erano stati utilizzati per migliorare le condizioni di chi viveva nei borghi in montagna o portare lavoro in quelle zone montane, lontane dalle metropoli, consumandosi un ennesimo crimine ai danni di questa gente: ne sono testimoni silenziosi i paesi fantasmi – mai più ripopolati – dove sono rimasti solo i vecchi ad attendere d’estate per rivedere i propri figli emigrati. E così oggi si ripete una farsa che, passata la prima fase emozionale, non potrà ridare ai sopravvissuti una speranza di cambiamento. Senza ignorare l’esistenza di forze della natura che sfuggono all’azione umana, la storia ci mostra che un buon numero di cataclismi è indirettamente provocato, o aggravato, da cause sociali. Che piova senza sosta (o non piova affatto) per intere settimane è oggi certamente un fatto naturale; ma che ne segua un’inondazione (o una siccità), è un fatto sociale. La grande carestia che devasta l’Africa non è dovuta a cause naturali, ma alla penetrazione del capitalismo, che non solo porta alla rovina l’artigianato locale, ma mina l’agricoltura introducendo la proprietà privata del suolo e impedendo allo Stato centrale di svolgere il suo ruolo di regolatore e distributore delle acque. Ma il nostro sistema non solo può essere causa diretta di queste catastrofi, ma si dimostra impotente ad organizzare una protezione efficace nella misura in cui la prevenzione non è un’attività redditizia. In cambio, si può star certi che questa civiltà incapace di lottare contro le catastrofi, sa perfettamente estrarre dell’oro da queste sciagure non solo grazie ai succulenti “piani di ricostruzione”, ma agli stuoli di avvoltoi dell’affarismo che seguono i disastri per intascare la loro parte di sovvenzioni e crediti di emergenza, distribuiti dallo Stato in funzione di calcoli…elettorali. Vogliamo qui ricordare la tragedia del Vajont, che fece migliaia di vittime, determinata essenzialmente dal silenzio sulla qualità friabile delle rocce del Monte Toc – a monte della diga – che lentamente, ma inesorabilmente scivolò sulla diga colma d’acqua producendo un’ondata gigantesca che sommerse i due paesi Erto e Casso. Dopo decenni di processi, la maggior parte degli imputati di quella tragedia beneficiarono della prescrizione del reato o di pene ridotte o peggio ancora assolti, lasciando sul terreno una scia di morte e segnato il destino di quei paesi che non si sono più risollevati, diventati dei paesi fantasmi. Il responsabile dell’inquinamento della natura, delle distruzioni e delle catastrofi, non è né “l’uomo” in generale, né “la società” in generale e ancor meno la famosa “civiltà industriale”, comodo luogo comune per mascherare i problemi reali; è un modo di produzione ben preciso, retto da leggi ben precise. Oggi ci si indigna di questo stato di cose e si invoca un sistema di produzione che garantisca la sicurezza di persone e cose. Sogno impossibile, come dimostra la storia del nostro paese in quanto speculazione e affarismo fanno parte integrante del sistema che vede, invece lo Stato impotente, di far fronte a questi disastri, talvolta complice dell’affarismo e degli interessi della produzione. Il nostro sistema straccione, ha sviluppato in modo magistrale l‘economia della sciagura. Ricorderete, a proposito del terremoto dell’Aquila che, in una intercettazione telefonica, due imprenditori si complimentavano per questa sciagura riferendosi ai cospicui profitti che potevano essere realizzati nell’opera di ricostruzione.

I DISASTRI CLIMATICI Pensiamo per un momento al problema del “disastro climatico” determinato in larga parte dall’aumento delle emissioni di gas nell’atmosfera terrestre che serve da schermo per le radiazioni del sole. Ebbene, nella conferenza del 2015 tenutasi a Parigi quasi tutti gli Stati si sono impegnati per abbassare di 2 gradi l’aumento della temperatura del globo per la fine del secolo. Forse sarà già troppo tardi per scongiurare la catastrofe ma, a distanza di due anni, gli USA – uno dei paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico assieme alla Cina e all’India e agli altri paesi emergenti – ha dichiarato per bocca del suo nuovo presidente Trump di non voler più rispettare le clausole previste dagli accordi. Precedente pericoloso perché potrebbe convincere altri paesi ad uscire dal trattato sottoscritto.

Per fermare l’innalzamento della temperatura, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite dovrebbero essere subito prese e applicate sei misure fondamentali: l’attuazione di un programma internazionale sulle energie rinnovabili, l’elaborazione e la realizzazione di un piano mondiale in materia di acqua potabile; la preparazione e l’applicazione di un piano mondiale di protezione delle foreste (attualmente, la deforestazione del pianeta Terra raggiunge quasi 13 milioni di ettari all’anno); l’istituzione di un sistema giuridico internazionale che stabilisca la responsabilità delle imprese in materia di inquinamento e di emissioni di Ges. Secondo le stime dell’Onu il finanziamento di questo programma ammonta a circa 561 miliardi di euro l’anno. Una cifra che può impressionare ma, tanto per fare dei raffronti, il budget annuale dell’Unicef (il Fondo di aiuti internazionali delle Nazioni Unite per l’infanzia) corrisponde a circa quattro ore di spese militari mondiali per anno. Le spese di emergenza per l’acqua potabile nel mondo ammontano in dieci anni a dieci giorni di spese militari annue. E con il prezzo di 11 cacciabombardieri fantasma si potrebbero finanziare quattro anni di insegnamento elementare per i 135 milioni di bambini non scolarizzati del pianeta. I meccanismi dell’economia mondiale riguardo allo sviluppo sono assurdi. Il debito dei paesi del Terzo mondo ammonta oggi a 2.500 miliardi di dollari (2005) quando nel 1992 era di 1.300 miliardi di dollari. Questi paesi restituiscono ogni anno quattro volte più di quel che ricevono. Come si può immaginare che esistano le condizioni necessarie per aiutarli ad uscire dal loro sottosviluppo?

SISTEMA ECONOMICO e CAMBIAMENTO

Se ci si pone dal punto di vista della produzione e dello scambio delle ricchezze, l’attuale macchina economica può sembrare efficace e razionale in quanto genera profitti. Bisogna porre come parametri non più quelli relativi al volume della produzione o al valore della stessa in termini monetari ma altri parametri che pongono a base delle statistiche: 1) quanti morti in meno per anno si sono avuti? 2) quanti alberi sono stati piantati? 3) quanto sia stato speso per medicine e assistenza? 4) quanto è cresciuto il reddito dei cittadini del terzo mondo? Il nostro mondo non può essere sommerso dalle merci, ma ha bisogno di un piano mondiale per pianificare la produzione di beni di cui l’uomo ha bisogno sapendo che bisogna produrre meno ma meglio. Bisogna rovesciare la prospettiva, non si può partire dalle esigenze della produzione per aumentare i consumi ma partire dalle esigenze del genere umano per programmare la produzione mondiale dei beni. La tendenza a giocare secondo la logica del profitto speculativo porta inevitabilmente a crisi che sono sempre i più poveri a pagare. “Le tre persone più ricche del mondo possiedono una fortuna superiore alla somma del prodotto interno loro dei 48 paesi più poveri, ossia un quarto della totalità degli Stati del mondo”. Non dimentichiamo, quindi, che la cosiddetta economia “liberista” opprime con la povertà, le malattie e la mancanza di istruzione più della metà dell’umanità. Che le catastrofi climatiche passate e annunciate siano prima di tutto catastrofi sociali e politiche per i loro effetti su società fragili è ora evidente. L’aumento delle spese militari è un elemento fondamentale per capire che cosa possa prepararsi nei prossimi anni per l’umanità intera: bisogna rovesciare la piramide, dando voce alle esigenze dei popoli, della gran massa degli individui di queste società che non possono essere sacrificati agli interessi della “ripresa economica” che scava sempre di più un solco profondo tra i pochi detentori della ricchezza prodotta e miliardi di individui ridotti a una vita di pura sussistenza. Nel corso degli ultimi due secoli – che coincidono con la diffusione su larga scala del modo di produzione capitalista- si sono create le premesse per una espansione della produzione ed un aumento delle risorse. Risorse che vanno destinate a tutta la popolazione mondiale e non a vantaggio di pochi. Se la società accetterà questo principio, potremo garantire un avvenire sicuro alle prossime generazioni. Diversamente, la specie umana è destinata e condannata ad estinguersi in un futuro non molto lontano. Diversamente, è iniziato il lento declino della specie umana che sarà destinata all’estinzione. Fino a quando saremo disposti ad accettare questo destino imposto da una piccola parte della società nei confronti della stragrande maggioranza? Fino a quando saremo disposti ad accettare le menzogne dei nostri politici legati al mito della “ripresa produttiva” anche a costo di preparare il terreno a più terribili cataclismi sociali? O pensiamo davvero che la guerra sia solo frutto di un incidente della storia e non la fase acuta di una lotta tra capitalisti che tendono a spartirsi il potere economico e politico? Nella storia della lotta tra le classi sociali, un fautore dal cambiamento diceva che “se vuoi la pace, prepara la guerra”. Rovesciando questa prospettiva, noi oggi diciamo “se non vuoi la guerra, prepara la pace”. Obiettivo ambizioso ma non impossibile, a patto che muti la direzione politica, a condizione che sia effettivamente il cambiamento posto al centro del nostro programma politico mondiale, per scongiurare ulteriori disastri sociali, assicurare una pace giusta ed equa ed eliminare ogni discriminazione sociale. Non è un programma affatto “rivoluzionario” ma l’attuazione storica di quei principi di solidarietà e di uguaglianza scolpiti nelle nostre moderne costituzioni democratiche e allora, che si aspetta per realizzare questo obiettivo? Un primo passo è quello di mandare a casa una classe politica che, ancora con una crisi economica in corso, sta lavorando per mantenersi salda al potere. Ma le dinamiche sociali e le esigenze economiche esigono un reale cambiamento, una vera svolta nei processi produttivi che fatica ancora ad affermarsi, anche se è vero che il cambiamento può farsi strada nel corso della lotta politica, stravolgendo i piani di quei partiti che continuano a proporre un cliché stantio, opponendosi ad ogni forma di cambiamento e di fermare il corso della storia. L’esperienza del passato ci insegna però che nessun potere può fermare il cambiamento, quando sono mature le condizioni sociali ed economiche: così è avvenuto per la fine dell’impero romano o nelle rivoluzioni democratiche e così probabilmente avverrà nei prossimi anni. Milioni di individui si muovono oggi nel mondo alla ricerca di migliori condizioni di vita e per sfuggire a guerre e persecuzioni. Questo notevole afflusso migratorio proveniente dalle zone più povere della terra e la miseria di strati sempre più numerosi della popolazione delle grandi metropoli potranno essere la leva per cambiare il corso della storia rendendo i popoli protagonisti del cambiamento e padroni del loro futuro.

Giugno 2017

(Avv. E. Oropallo)

La tragedia di Rigopiano

 

 

 

 

 

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