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PROFILI PENALI dell’AZIONE di GOVERNO nella LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.

Negli ultimi mesi, grazie anche alla decisione del Parlamento di non concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini, richiesta dalla Magistratura siciliana, si è intensificata la politica di respingimento dei profughi che sta provocando molte critiche all’interno dell’UE per le continue violazioni delle leggi internazionali e di quelle interne, come anche degli obblighi che derivano dalla nostra appartenenza all’UE.

Non è un caso che già in passato l’Italia era stata accusata apertamente di collaborare – a seguito degli accordi presi con la Libia – con il governo libico al trattenimento dei profughi che giungono in Libia per tentare di sbarcare in Europa. Il governo in carica si è vantato, per bocca del suo Ministro dell’Interno, di aver ridotto dell’80% gli sbarchi in Sicilia nascondendo però quale sia il prezzo pagato da centinaia di migranti massacrati nei campi di raccolta libici, vittime di violenze gravissime da parte dei loro carcerieri, come è ampiamente documentato.

Era l’8 maggio del 2017 che la Procuratrice generale della Corte penale internazionale (d’ora in avanti CPI), nel suo tredicesimo rapporto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Libia, esprimeva la propria preoccupazione con riferimento alla natura e alla portata dei crimini presumibilmente commessi a danno dei migranti in transito nel Paese nordafricano, dichiarando di valutare l’apertura di un’indagine in merito.

In effetti, il 31 marzo 2017 si era svolto al Viminale un incontro con i capi delle tribù Tebu, al fine di intensificare il controllo della frontiera meridionale libica.

Gli accordi italo-libici sono stati tutti oggetto di aspre critiche da parte, in particolare, delle Nazioni Unite.

L’Alto Commissario per i diritti umani Zeid Ra’ ad Al Hussein ha definito l’assistenza fornita dall’Italia e dall’Unione Europea alla Guardia costiera libica come disumana.

Similmente, il Comitato contro la tortura, rilevando come la gestione dei migranti in Libia sia in larga parte in mano a gruppi paramilitari, ha esplicitamente affermato che il memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017 è stato sottoscritto a dispetto delle notizie di sistematiche e generalizzate violazioni dei diritti umani poste in essere contro i migranti nei centri di detenzione, integrando così una politica di respingimento sistematico dei migranti diretti in Italia. E qui veniamo ad individuare le precise responsabilità penali che il governo italiano si è assunto.

Sotto il profilo dell’attribuzione della responsabilità penale, – spiega il Procuratore – l’art. 25 (3) dello Statuto individua quattro forme di partecipazione nel crimine, che si atteggiano a vere e proprie fattispecie di concorso: (i) la commissione del crimine (autoria); (ii) l’ordine, l’istigazione e l’induzione (concorso morale); (iii) l’agevolazione (concorso materiale o morale) e, in via residuale, (iv) la partecipazione al crimine di gruppo.

Ai sensi dell’art. 25(3)(c) dello Statuto di Roma, è penalmente  responsabile chiunque, “in vista di agevolare la perpetrazione di   un crimine, di competenza della Corte, …..fornisce il suo aiuto, la sua partecipazione o ogni altra forma di assistenza alla perpetrazione o al tentativo di perpetrazione di tale crimine, ivi compresi i mezzi per farlo”.

Non sarebbe difficile per la Procura internazionale sostenere che la condotta dei nostri Ministri possa astrattamente configurarsi come agevolazione materiale ex art. 25 (3) (c).

Come sottolineato da Amnesty International, sia prima che dopo la  conclusione degli accordi, vi sono state numerose pubblicazioni di  agenzie di stampa, ONG e organizzazioni internazionali, che hanno svelato le estese e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali dei migranti in transito in Libia.

Dunque, in estrema sintesi, non è possibile sostenere che i ministri italiani, al momento della conclusione degli accordi, ignorassero il gravissimo sistema di abusi cui i migranti erano sottoposti, così come sarebbe parimenti infondato ritenere che le nostre autorità non siano a conoscenza degli effetti di tali accordi in termini di un sostanziale aggravamento della condizione dei migranti.

Più recentemente, è stato l’ONU che ha lanciato precise accuse al Governo italiano. In particolare il 21 novembre 2018 dieci Special Rapporteurs delle Nazioni Unite hanno inviato al Governo italiano una comunicazione, nella quale manifestano preoccupazione per la situazione dei diritti fondamentali in Italia e chiedono in particolare chiarimenti in merito alle seguenti questioni: i) la criminalizzazione delle attività di ricerca e soccorso di migranti realizzate dalle ONG nel Mediterraneo; ii) i protratti dinieghi di sbarco nei porti italiani delle navi delle stesse ONG e di quelle appartenenti alla Guardia costiera italiana (come la Diciotti); iii) il pregiudizio per i diritti fondamentali dei migranti suscettibile di derivare dall’applicazione del  decreto legge in materia di sicurezza e immigrazione (d.l. 4 ottobre 2018 n. 113, convertito in legge 1 dicembre 2018, n. 132).

La comunicazione invita il Governo italiano a formulare osservazioni su ciascuna delle questioni sollevate entro sessanta giorni.

Insomma, l’ONU – malgrado il silenzio di buona parte della stampa – ha sconfessato integralmente tutta la politica del “nuovo corso” del Governo nell’affrontare il problema dell’immigrazione.

Certo, si tratta di un fenomeno generalizzato ma, senza nascondere anche l’incapacità dell’UE di affrontare su base unitaria questo fenomeno, ciò non  giustifica  il  comportamento  del governo italiano che ha adottato la politica cara a Salvini ed alla destra italiana della chiusura dei porti. Decisione questa che anche in questi giorni sta mettendo in crisi il rapporto dell’Italia con il resto dell’Europa. Né Salvini può mettere in quarantena tutta l’Italia facendoci guadagnare un triste primato. Perché l’azione portata avanti da questo Governo sta minando la credibilità del paese e la collaborazione con il resto dell’Europa.

Certo non manca chi, all’interno dell’Europa, si rifiuta di aderire ad un piano di redistribuzione dei migranti nel resto d’Europa ma, non a caso, a capo di questo drappello ci sono proprio quei paesi sovranisti con i quali Salvini e la Lega vorrebbero allearsi per le prossime elezioni europee.

La missiva analizza criticamente le modifiche alla normativa sull’immigrazione introdotte dal già richiamato d.l. n. 113 del 2018

Sul punto, viene espressa preoccupazione in primo luogo per l’abolizione della protezione umanitaria (e la relativa introduzione dei nuovi “casi speciali”), che restringerà sia il numero di potenziali beneficiari di permesso di soggiorno, che la durata degli stessi; in secondo luogo, per la riforma dell’accesso al sistema SPRAR (Sistema per la protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati), che determinerà dei livelli di accoglienza più bassi per richiedenti asilo e altri gruppi vulnerabili; in terzo luogo, per l’estensione della durata massima della detenzione amministrativa nei CPR, che passa da 90 a 180 giorni; infine, per l’estensione dei casi e dei luoghi di privazione della libertà personale dello straniero, vuoi negli hotspot (dove potranno essere trattenuti i richiedenti asilo fino a 30 giorni a fini identificativi), vuoi altre strutture “idonee”.

Ancora, con particolare riferimento alla normativa introdotta dal d.l. n.  113 del 2018, gli ispettori ONU chiedono al Governo di riferire su come intende:

7) regolarizzare lo status dei migranti, consentendo tra l’altro l’accesso al mercato del lavoro come misura per prevenire la tratta di persone e lo sfruttamento del lavoro;

8) garantire l’identificazione dei migranti e l’intervento dei servizi per la protezione delle vittime e delle potenziali vittime della tratta e di altre forme di sfruttamento; chiarire come la conseguente limitazione della libertà personale dei migranti possa essere considerata in linea con l’obbligo dello Stato di proteggere le vittime e le potenziali vittime della tratta e di altri soggetti vulnerabili. I rapporteurs hanno chiesto una risposta al Governo italiano entro 60 giorni, da sottoporre alla valutazione da parte del Consiglio Onu per i diritti umani.

Nel frattempo, il Governo è stato invitato ad adottare le misure provvisorie necessarie per porre fine alle allegate violazioni, evitarne delle nuove e, nel caso in cui gli accertamenti dimostrassero la fondatezza delle accuse, sanzionarne i responsabili.

Come si vede, anche a livello internazionale – ancora più di quanto ha detto un rappresentante del CSM in un’audizione innanzi al Parlamento italiano, che ha parlato di profili di incostituzionalità del decreto legge- poi diventato legge dello Stato, sussistono le condizioni per portare l’Italia innanzi ad un Tribunale Internazionale perché colpevole di diversi crimini contro l’umanità.

Ma anche in Italia cresce la protesta contro questa legge che cancella ogni prospettiva di controllo del fenomeno migratorio che ancora una volta s’intende risolvere trasformando un problema sociale in un problema di sicurezza dello Stato.

Non a caso –per evitare un ripetersi della vicenda “Diciotti” – nel rifiutare l’attracco della nave battente bandiera tedesca che ancora oggi staziona innanzi alle coste maltesi, il Governo ha fatto riferimento al problema della sicurezza.

Quale, non è dato di sapere, sottraendosi ancora una volta agli obblighi anche sanzionati penalmente dalla legge del mare e per la posizione che l’Italia ricopre sia in seno all’ONU che per quelli che ci derivano dall’appartenenza alla UE.

Profili penali dell’Azione di Governo nella lotta all’immigrazione clandestina

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