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TANTO RUMOR PER NULLA

A metà agosto, mentre una parte degli italiani si godeva le meritate ferie sulle spiagge del paese o nel fresco delle montagne, quando ancora non si era deciso di fare marcia indietro, è scoppiata un’altra grana che ha alimentato le polemiche politiche. Una vicenda che rivela come sia difficile insegnare agli italiani un comportamento che, se non confligge con la legge, perché è fatta male, costituisce comunque un atto moralmente sanzionabile quando si richiede un beneficio che non spetta, sottraendo denaro dalle casse dello Stato. Si scopre infatti che circa duemila amministratori locali, di cui 1950 sindaci e consiglieri comunali, hanno fatto richiesta del bonus IVA.
La notizia diffusa dalla stampa ha sollevato la rivolta dei “peones” della politica sostenuti anche dal Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, che ha detto che “i consiglieri comunali sono in trincea, è giusto che continuino il lavoro e se in difficoltà accedano al bonus”. Ma se appare corretta questa valutazione, ben altro discorso dev’essere fatto per Presidenti e consiglieri regionali e anche per chi – deputato al Parlamento – ha fatto richiesta di accedere a questa forma di sostegno, senza averne diritto alcuno.
Tutto nasce da un articolo di Repubblica in cui si dava notizia di cinque deputati che pur con uno stipendio di oltre € 12.000 netti al mese, avevano chiesto e ottenuto il bonus di € 600,00 previsto dai decreti emergenziali, per fronteggiare la crisi economica causata dalla epidemia di coronavirus.
Molte forze politiche, a partire da Fratelli d’Italia e Italia Viva, hanno richiesto che fossero resi noti i nomi di questi deputati ma l’INPS, in un primo momento, ha dichiarato di non essere intenzionato a pubblicare i nomi di questi deputati per non ledere la privacy anche se lo stesso garante della privacy, Pasquale Stanzione, ha smentito l’INPS dichiarando che essendo i deputati personalità pubbliche ed avendo chiesto ed ottenuto un sussidio pubblico non esistono presupposti per non divulgare la loro identità. “La privacy non è d’ostacolo alla pubblicità dei dati relativa ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, non possa evincersi una condizione di disagio economico-sociale dell’interessato” per cui alcune forze politiche hanno insistito a richiedere l’audizione in Commissione Lavoro alla Camera presieduta dalla deputata dem. Deborah Serracchiani mentre il Presidente dell’istituto spiegava che sapeva tutto fino da fine maggio ma che non vi era stata alcuna fuga di notizie da parte dell’Inps, spiegando che “in sostanza nel periodo dell’emergenza l’ente previdenziale era stata investita da una valanga di richieste assolte a tempo record. L’esigenza era di pagare subito e controllare in un secondo momento ed è quello che abbiamo fatto”. “E i controlli – continua Tridico – su tutti i casi dubbi sono ancora in corso”.
L’audizione del Presidente dell’INPS si è rivelata una vera e propria beffa perché – scrive La Repubblica del 15 u.s. – “lo sdegno sbandierato due giorni prima ha finito per tramutarsi in un atteggiamento cauto, verboso, tecnicamente schermato nei toni e nel linguaggio”. “In altre parole – scrive ancora La Repubblica – gli ex leoncelli divenuti agnellini non sono apparsi ansiosi di sapere quali e quanti altri politici e a che livello si sono beccati i soldi della pandemia” coprendo con un sarcofago, tutte le polemiche che avevano tenuto accesa l’attenzione dei media in questo periodo.
21/8/2020

Tanto rumor per nulla

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