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RITORNO AL NUCLEARE

Dopo l’incidente di Chernobyl e la catastrofe dello tsunami in Giappone che costituiscono ancora oggi, a distanza di anni, un grave pericolo di inquinamento, ritorna a sorpresa! l’idea di far rinascere il nucleare come fonte di energia. In un momento in cui la pandemia sta dimostrando l’incapacità dell’uomo di tenere sotto controllo i fenomeni naturali, ci sembra davvero incredibile riaprire di nuovo la discussione sull’uso delle centrali nucleari. La Germania ha in programma di dismettere le centrali nucleari ancora in funzione mentre altri paesi – come la Russia e la Cina – ma in Europa anche la Francia e paesi a noi vicini come la Repubblica Ceca e la Slovenia – continuano a sfruttare l’energia nucleare. L’UE ha posto un limite alla costruzione di altre centrali nucleari indicando la strada di altre energie alternative rinnovabili come l’eolico. Oggi un ministro della transizione ecologica riapre la discussione perché nei prossimi trent’anni potrebbe la ricerca scientifica trovare una fonte di energia nucleare pulita che non produce scorie e controllabile anche in situazioni estreme. Ne prendiamo atto ma finché questa previsione non diventi una realtà, non dobbiamo interrompere il progetto di dismissione di tutte le centrali nucleari, sviluppando invece la ricerca di nuove fonti di energia pulita e rinnovabile abbandonando anche l’uso del carbone e di tutte le altre fonti di energia fossile che sono grave fonte di inquinamento atmosferico e non solo. In un recente convegno il ministro Cingolari si è difeso facendo presente che la gran parte di energia nel mondo si produce con fonti fossili. E sono giganti come gli USA e la Cina che avvelenano l’atmosfera con una superproduzione di anidride carbonica. “Il problema – dichiara il ministro – sono i quattro miliardi di persone che vivono in Africa, Centro e Sud America che non hanno accesso all’energia pulita per cui – a detta del ministro – bisogna investire oggi a livello di educazione demografica, di flussi migratori regolati e di infrastrutture energetiche innovative. Se non si fa questo, se non si pensa in modo globale, tutti gli obiettivi restano irraggiungibili”.  Ma la realtà è ben diversa e il ministro dovrebbe saperlo. Il continente africano sta attirando l’attenzione di tanti paesi, ed in primo piano della Cina, che ha deciso di sfruttare le risorse di questo continente acquistandone pezzo dopo pezzo, rendendo dipendente la vita di milioni di uomini dalle scelte del governo cinese mentre i pozzi di petrolio libici continuano a far gola a paesi come la Francia e l’Italia che bloccano ogni soluzione politica pur di mantenere il monopolio della estrazione e del commercio di petrolio. Senza dimenticare che con lo scioglimento dei ghiacciai al Polo Nord, molti paesi si stanno organizzando per sfruttare le enormi riserve di metano e di altre fonti di energia fossile per cui nei prossimi decenni rischiamo di trovarci difronte ad un inquinamento globale, marino, atmosferico e delle falde acquifere con una forte accelerazione anche di conflitti militari per accaparrarsi le fonti energetiche che andranno ad esaurirsi come è avvenuto nel secolo decimo nono per l’industria mineraria. Ma c’è un’altra prospettiva da prendere in considerazione. L’energia serve per produrre beni: siccome risulta che un quarto circa delle derrate alimentari prodotte nei paesi più sviluppati (si tratta di una quota di tre miliardi di persone) vanno al macero, si potrebbe parlare di un rallentamento della produzione di questi beni che porterebbe ad un risparmio energetico notevole. Inoltre, si possono trovare anche delle soluzioni alternative di tecniche produttive in modo da evitare lo spreco e l’uso dell’acqua tanto preziosa per uomini e animali. Senza contare che le scelte produttive che sono contrarie ai bisogni dell’uomo, pensiamo all’industria degli armamenti, potrebbero essere eliminate. Certo, a farne la spesa, saranno i profitti delle imprese che subiranno un notevole calo. Ma se l’umanità e per essa la politica mondiale non sarà capace di trasformare e di rallentare il processo produttivo, non possiamo che aspettarci una catastrofe mondiale che metta fine alla nostra civiltà. Il programma sopra cennato ha dimensioni mondiali, ma, se c’è la volontà politica non c’è dubbio che questo obiettivo possa essere realizzato. La mondializzazione ci ha insegnato che solo la solidarietà tra tutti i popoli della Terra può salvare l’umanità da un disastro globale per cui – costi quel che costi – bisogna fare in modo che la politica cambi regime, semmai ricorrendo anche ad una pressione dell’opinione pubblica mondiale, per cambiare il volto della politica. Un obiettivo questo che è possibile raggiungere attraverso l’attività non solo dei partiti politici aperti a questa soluzione ma anche di tutti gli organismi che hanno a cuore la sopravvivenza di tutti gli abitanti di questo pianeta.

Settembre 2021

Ritorno al nucleare

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