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RITORNA ALLA RIBALTA IL CASO SHALABAYEVA

Qualche mese fa, il Tribunale di Perugia ha condannato tutti gli imputati nel processo per la vicenda dell’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia avvenuta nel 2013. Il giornale parla di “espulsione” ma la condanna precisa che si è trattato di “sequestro di persone” reato ben più grave di quello di una eventuale espulsione illegale che pure fa parte di questa vicenda giudiziaria. Per capire la sentenza emessa dal Tribunale bisogna fare un passo indietro di sette anni e ripercorrere un caso internazionale che fece rischiare la poltrona ad Angelino Alfano, allora Ministro dell’Interno. Nella notte tra il 28 e il 29 Maggio del 2013 la polizia fa irruzione in un appartamento di Casalpalocco a Roma. Cercano un dissidente Kazako ricercato dalle autorità di Astana dove troveranno però la moglie e la figlia minore. Il racconto di quella notte, fatto dalla stessa vittima è sconvolgente “Quando aprii la porta – racconterà – tentai di chiedere in inglese chi fossero. Mi diedero una spinta e circa 30-35 persone entrarono in casa. Un’altra ventina rimase fuori, vestiti di nero e armati” ricorda la moglie del dissidente. Shalabayeva è terrorizzata e per ore resiste alle richieste di quegli uomini. Mostra un regolare passaporto diplomatico della Repubblica Centro Africana ma per gli agenti è falso. Da quel momento inizia un calvario, fatto di tentativi disperati di chiedere asilo politico e bloccare la procedura di espulsione già avviata dalle autorità italiane. La madre e la figlia verranno rispedite in Kazakistan, dietro le insistenti richieste delle autorità di Astana che mette a disposizione l’aereo privato per il rimpatrio. Il Tribunale condanna a cinque anni di reclusione l’ex capo della Squadra Mobile di Roma e attuale questore Renato Cortese e l’ex dirigente dell’Ufficio Immigrazione Maurizio Improta per il sequestro di Alma Shalabayeva e di sua figlia. Una condanna pesante, molto più severa di quella richiesta dal PM, oltre a condanne minori per gli agenti in servizio all’Ufficio Immigrazione condannati rispettivamente a tre anni e sei mesi e quattro anni e due anni e sei mesi infine per la Giudice di Pace Stefania Lavore che all’epoca convalidò l’espulsione della Shalabayeva. “C’era una donna, moglie di un dissidente con una bambina piccola che supplicavano di essere ascoltate ma tutti facevano finta di non sentire” spiega l’avvocato che ha difeso nel  processo la vittima di queste violenze il quale però polemicamente parla di una “sentenza monca”. Nella sentenza i Giudici riconoscono che “nessuno degli imputati aveva un interesse personale nella vicenda. L’unica spiegazione è che hanno obbedito a degli ordini e chi ha dato quegli ordini l’ha fatta franca”. Questo per ricordare il clima di omertà e di menzogne in cui si è svolto il processo. Si trattava certamente di una operazione “sporca” dei servizi Italiani che era stata richiesta dalle autorità kazake, certamente nota alle più alte cariche dello Stato, se sono stati impiegati circa 100 agenti armati di tutto punto. Ricordiamo che il Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno, Giuseppe Procaccini si dimise perché, come provato, aveva incontrato l’Ambasciatore Kazako a Roma per parlare proprio del caso di questo oppositore che, secondo le informazioni, si trovava in questa casa a Casalpalocco. E chi aveva mandato il Capo di Gabinetto ad incontrare l’Ambasciatore Kazako se non chi era superiore al Capo di Gabinetto? La pesante condanna ci convince nel sostenere quei giudici che non hanno paura del potere. Alma Shalabayeva oggi vive a Roma con le sue figlie, libera ed è la prima a congratularsi con questi magistrati che non hanno temuto di emettere una condanna così severa contro quelli che l’avvocato difensore dei due imputati principali ha sottolineato trattarsi di “galantuomini che rappresentano la punta di diamante della polizia. Bisognerebbe essere fieri di essere rappresentati da persona come loro”. Opinabile, ma mi guarderei bene dal fidarmi di personaggi del genere. Oggi la rivista “L’Espresso” è ritornata su questa vicenda cercando di ridimensionare le responsabilità istituzionali ricordando che l’oppositore Kazako è stato incriminato in patria per aver sottratto allo Stato kazako somme di una certa entità dimenticando che in discussione in questa vicenda non è la figura di questo kazako, che praticamente è rimasto estraneo al processo, ma la condotta di corpi dello Stato che sono stati giustamente condannati per gli abusi commessi nei confronti di una donna e di una bambina del tutto innocenti. Il Tribunale Penale Umbro nella sentenza parla di “crimine di eccezionale gravità, lesivo dei valori fondamentali che ispirano la Costituzione Repubblicana e lo Stato di diritto” ammettendo di non essere in grado di determinare “a quale livello politico o istituzionale venne presa la decisione della deportazione”. La sentenza dei giudici di Perugia dell’ottobre scorso è stato ampiamente commentata dalla rivista “Questione giustizia” cui dedicheremo un nostro prossimo articolo.

Marzo 2021

RITORNO ALLA RIBALTA IL CASO SHALABAYEVA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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