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NUOVE MANOVRE INGLESI SULLA BREXIT

All’incontro organizzato a fine settembre a Firenze tra i leader dell’UE, Theresa May, reduce dalle sconfitte subite nelle elezioni di giugno, ha cambiato strategia. La premier inglese ha proposto “un periodo di transizione” al termine dellla trattativa di uscita dall’UE, cioè a partire dal 31 marzo 2019, presumibilmente, un ulteriore rinvio di due anni. Questo significa che fino al 31 marzo 2021, tutto resterà com’era, con libera circolazione di merci e persone, come se la Gran Bretagna fosse ancora parte dell’UE. Durante questo periodo Londra continuerebbe a versare i suoi contributi al bilancio UE, garantendo così gli altri 27 governi dell’Unione che non dovranno aumentare i propri contributi. Si dovrebbe trattare di una somma presumibile di 20 miliardi di sterline, anche se la May non ha ritenuto opportuno precisare l’importo. In cambio il governo britannico si aspetta di avviare subito la trattativa per delineare il proprio futuro rapporto con la UE. Ma è proprio su questo punto che Michel Barnier – capo-negoziatore per l’UE – non è d’accordo perché questo degli accordi futuri è un tema che va sviluppato solo dopo che sia chiarito il contributo che la GB dovrà restituire all’UE e precisata la posizione dei cittadini europei attualmente presenti sul territorio inglese. Alla fine di ottobre il Consiglio europeo ha infatti rinviato la decisione sull’inizio della nuova fase di colloqui con la GB riguardanti proprio i futuri rapporti commerciali fino a quando non ci saranno progressi sui tre temi all’ordine del giorno, ormai da aprile: diritti dei cittadini UE residenti nel Regno Unito e dei cittadini britannici residenti nell’Unione, frontiera irlandese-britannica, obblighi finanziari di Londra nei confronti del bilancio comunitario. A 16 mesi dal referendum sull’uscita dell’UE e in vista dell’avvio ufficiale dei negoziati, non si sa quando questi negoziati avranno fine senza escludere neppure lo scenario di un’assenza di accordo nel momento in cui a marzo 2019 scadranno i termini fissati dal Trattato di Lisbona. Anche perché la crisi del governo inglese è entrata in una fase delicata in quanto già al congresso del partito Tory che si è tenuto a Manchester all’inizio di ottobre la premier britannica è stata contestata: in pratica si può dire che a Manchester è cominciato il dopo May. Il problema è di vedere quando staccare la spina e chi mettere al suo posto. Sfiduciarla oggi comporterebbe il rischio di un altro voto anticipato da cui potrebbe trarre vantaggio il leader laburista Jeremy Corbyn favorito nei sondaggi. E’ probabile che essa rimanga ancora un po’ alla guida del governo per vedere come proseguono i negoziati sulla Brexit. Il Daily Telegraph – giornale arci-conservatore – sentenzia che per “lei è finita” e il Financial Times concorda che “ha perso ogni autorità”. In questo clima di incertezza, neppure si può ipotizzare quando si avrà il secondo round della trattativa tra G.B. e U.E.. Una situazione di stallo che sta però già producendo una serie di effetti sulla politica dell’UE in quanto l’uscita di fatto della G.B. dal processo decisionale U.E., ha consentito, in materia di sicurezza e difesa, l’adozione di decisioni per anni bloccate dal veto inglese come il lancio entro la fine del 2017 della cooperazione strutturata permanente (Permanent Structured Cooperation) prevista dal Trattato di Lisbona per rafforzare la difesa europea. Progetto che è in corso da anni perché si tratta di una questione fondamentale per l’Europa. Fino ad oggi la difesa europea era legata alla partecipazione alla NATO, che non consentiva all’Europa alcuna scelta autonoma. La cooperazione tra NATO e UE ha fatto certo un passo avanti importante nel 2016 con la dichiarazione congiunta firmata a Varsavia ma essa resta ancora fragile anche alla luce del nuovo contesto geopolitico a seguito della nuova presidenza Trump, oltre che della Brexit, per cui bisogna da una parte che la trattativa sulla Brexit non porti a un irrigidimento diplomatico tra UE e G.B. e dall’altra parte agganciare al processo di integrazione europea anche i paesi europei guidati da partiti euroscettici che hanno aderito in anni recenti alla NATO, ci riferiamo soprattutto ai paesi dell’Est Europa, i quali preferiscono restare sotto l’ombrello difensivo della NATO senza volersi impegnare in un progetto di difesa europea autonomo. Neppure è da escludere che, nei prossimi anni, il conflitto già innescato dalla gestione Trump nel settore economico e commerciale possa sfociare anche in un congelamento della cooperazione militare e della sicurezza in generale per cui questi paesi potrebbero anche decidere di uscire dall’UE, malgrado sia loro interesse politico partecipare ad un sistema di difesa integrata tra tutti i paesi aderenti all’UE. Non c’è dubbio che il cambio di direzione della politica USA possa cambiare il quadro geo-politico attuale anche perché la politica USA mira soprattutto a combattere la concorrenza dei paesi europei sul piano commerciale. Il viaggio di Trump nei paesi del Sud Est dell’Asia è una conferma di come la politica commerciale USA sia interessata a far concorrenza alle industrie europee già presenti sul mercato cinese.

Novembre 2017

Nota a cura

(Avv. E. Oropallo)

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