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MISERIA CRESCENTE, L’ALTRA FACCIA DELLA PANDEMIA

E’ l’ONU a lanciare un grido d’allarme prevedendo che la carestia, già endemica in tante parti del mondo, sarà potenziata dallo sviluppo dell’epidemia che colpirà maggiormente i paesi già stremati dalle guerre e dai cambiamenti climatici. Secondo David Beasley, capo del programma alimentare mondiale (PAM) è necessaria un’azione urgente per evitare “una catastrofe umanitaria”. Secondo una stima prudente, il numero di persone che soffrono la fame potrebbe passare da 135 milioni ad oltre 250 milioni. Dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha ribadito Beasley, che “se non ci prepariamo e non agiamo oggi per garantire l’accesso al cibo, potremmo trovarci ad affrontare più carestie di proporzioni bibliche nell’arco di pochi mesi”. Se non ci procureremo cibo moriranno – ha sottolineato Beasley  ricordando le guerre in Siria e Yemen, l’invasione delle locuste in Africa, senza dimenticare la crisi economica in Libano, che colpisce milioni di siriani rifugiati. Siamo già alle prese con la tempesta perfetta” sollecitando lo stanziamento di almeno 2 miliardi di dollari per un primo intervento urgente.

Questi dati sono confermati dalla ONG OXFAN – che lavora in diversi paesi anche europei – che stima che “la cifra è sottovalutata prevedendo che, a causa della pandemia, ci saranno mezzo miliardo di nuovi poveri e che tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale rischia l’estrema indigenza a causa del blocco dell’economia”. Le categorie più a rischiosi legge nel rapporto annuale dell’associazione – sono coloro che perderanno il posto di lavoro a causa della pandemia: si calcola che solamente un disoccupato su cinque ha accesso ad una qualsiasi forma di indennità di disoccupazione e son ben 2 mld. le persone a livello globale che lavorano, senza alcuna garanzia e con salari di fame, in maggioranza nei paesi poveri, per  il 90%, mentre il lavoro nero nei paesi ricchi  rappresenta solo il 18%.

Il rapporto presentato alla riunione di aprile del FMI, della Banca mondiale e dei ministri delle finanze del G20, raccomanda alle istituzioni finanziarie e ai governi del mondo, per evitare il disastro sociale, di stanziare aiuti diretti ai più poveri e di fornire sostegno prioritario alle piccole imprese, oltre all’annullamento del debito per i paesi più poveri.

Un quadro, quello posto in luce, che non consente di ritardare un intervento urgente, sia nei confronti dei paesi più poveri, dove la miseria è diventata endemica ma anche nei paesi più sviluppati dove la pandemia ha fatto tracollare tutto il sistema mettendo in discussione non solo la sopravvivenza di milioni di cittadini che vivono ai margini della società civile ma anche peggiorando il livello di vita di altri milioni di persone che vedono vacillare la possibilità di una ripresa economica e la certezza di un posto di lavoro. Anche in Italia la pandemia sta facendo precipitare un pezzo di paese dalla precarietà alla povertà. Sono i dati a confermarlo. La Caritas calcola che l’aumento dei nuovi poveri sia aumentata del 114%. Don Francesco Soddu – direttore della Caritas italiana – chiede che “si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali”. “E’ un’Italia sempre più povera quella che si affaccerà domani (oggi per chi scrive) alla prima giornata di fine lock-down” scrive La Repubblica di ieri. “Alla mensa più vecchia di Torino nel quartiere multi-etnico di San Salvario c’è gente che non si era mai vista. Ci sono gli studenti africani del politecnico di Torino ed i giostrai, le baby-sitter, i lavavetro, i musicanti che non suonano più, madri e padri separati e quelli che lavoravano “a chiamata” e che nessuno chiama più”. Una umanità dolente e senza domani che riporta alla memoria le immagini di un passato lontano ma non dimenticato, quello della grande depressione del 1929, con migliaia di individui in fila ad attendere un pasto caldo. “Dieci milioni di italiani – un quarto degli adulti totali – sono ad un gradino dalla povertà assoluta” scrive La Repubblica del 23.4 u.s..

L’economista Fabrizio Barca – sempre sulle colonne de La Repubblica del 23.4 u.s. scrive – “La burrasca si è portata via un pezzo di PIL, il problema è ora di distribuire queste perdite”. C’è un baratro improvviso che si è aperto sotto i piedi del ceto medio produttivo. Il 20-30% delle piccole e medie imprese, che già prima della crisi coronavirus erano ai limiti, ora rischiano l’estinzione. “Bisogna pensare ad un reddito di emergenza – insiste Barca – e soprattutto redistribuire il lavoro con i contratti di solidarietà”.

Se va in crisi il lavoro bianco, regolare, chiediamoci che cosa succede ai 4,2 milioni di persone che al Sud campano arrangiandosi con il lavoro nero” aggiunge Enzo Mauro sempre sulle colonne de La Repubblica. “Non dimentichiamo – aggiunge- i migranti irregolari, fantasmi che vivono nelle baraccopoli esposte al contagio e neppure i 50 mila senza tetto affidati alle mani pietose dei medici volontari e buchiamo l’illusione della scuola telematica uguale per tutti con un terzo delle famiglie che non ha il computer a casa ed il Sud che sta peggio”, concludendo che “Il virus potrà anche essere imparziale ma siamo noi disuguali”.

E da questa constatazione che bisogna partire se si vuole sul serio uscire dalla crisi economica perché la pandemia colpisce diversamente le classi sociali. Se c’è speranza di sopravvivenza o di ricostruire qualcosa per chi ne ha ancora i mezzi, la curva della povertà tenterà sempre più a salire per gli ultimi della società lasciandosi dietro di se una lunga scia di miseria e di disperazione.

Se vogliamo davvero affrontare il disastro che si sta preparando, ebbene dobbiamo far ricorso alla solidarietà tra tutte le classi sociali, partendo dalla prospettiva di una redistribuzione del reddito che fornisca allo Stato le risorse di poter finanziare quei contratti di solidarietà cui accenna l’economista Barca. Perché se è vero che l’UE ha aperto le casse per tutti gli Stati membri per rimettere in moto la produzione, è giunto il momento che anche in Italia i cittadini manifestino la solidarietà che viene sistematicamente richiamata in ogni discorso politico, non solo a parole ma utilizzando una parte dei risparmi dei cittadini accumulati nelle banche per finanziare un piano per salvare milioni di cittadini dalla miseria e dall’indigenza, facendo rinascere la speranza per tutte le fasce sociali.

E’ un discorso duro – lacrime e sangue – come diceva Churchill.

Un progetto che deve mirare da una parte a ridare forza alla ripresa produttiva  ma che restituisca un minimo di dignità a tutti senza discriminazione alcuna, attraverso la creazione di un reddito di emergenza. Nello stesso tempo la politica deve fare la sua parte proponendo, in seno all’UE, una serie di riforme partendo innanzitutto dalla considerazione che va creato un nuovo modello di sviluppo, indipendente dal PIL, che sappia utilizzare le risorse- umane e naturali per costruire una società veramente solidale a livello europeo, contribuendo alla creazione di un nuovo ordine mondiale che va realizzato sulla base di alcuni principi fondamentali tra i quali va enunciato innanzitutto quello del rispetto delle risorse della Terra lanciando un piano di ecologia a scala mondiale, di cancellare la produzione di armi per bloccare la proliferazione delle guerre e costruire un futuro compatibile per la sopravvivenza di tutte le specie viventi che popolano questo pianeta.

Non c’è più molto tempo di cui possiamo disporre: ce lo dice la scienza ma anche una giovanissima ragazza svedese che sta aprendo gli occhi anche a chi fino ad oggi preferiva tenerli chiusi.

C’è un lavoro enorme da compiere per cui oggi più che mai c’è bisogno di essere uniti, solidali e soprattutto investire tutte le risorse di cui disponiamo per poter scrivere assieme un nuovo capitolo della storia dell’uomo.

Miseria crescente, l’altra faccia della pandemia

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