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L’ORRENDO PREZZO DEL LAVORO

Così ha titolato “La Repubblica” del 19 settembre occupandosi delle stragi sul lavoro che hanno conosciuto un’impennata in concomitanza della ripresa produttiva. Una lunga scia di sangue che continua a segnare questa nuova corsa al profitto stravolgendo ogni regola. “Più che incidenti – che dovrebbero essere un fatto eccezionale – sembrano accidenti che fanno parte del nostro paese” – scrive l’autore del pezzo ricordando che la “logica è ancora quella raccontata dal Bocca nel 1962, …fare soldi per fare soldi, per fare soldi”. E qui i conti non tornano perché se il profitto è l’obiettivo dell’impresa, il suo incremento non può avvenire sulla pelle degli operai. La questione riguarda ormai tutte le aziende, da quelle familiari alle grandi fabbriche dove i ritmi sono dettati dal segnatempo che obbliga l’operaio alla catena di montaggio a non distrarsi per evitare il rischio di un incidente che fatalmente si attribuirà all’operaio stanco e distrutto dai ritmi di lavoro. L’aumentata concorrenza fa chiudere gli occhi sulle misure di sicurezza e succede che il responsabile della sicurezza in fabbrica spesso è costretto a volgere lo sguardo dall’altra parte. Ormai c’è una media di tre morti al giorno. Ipocritamente interviene il governo che assicura di voler prendere misure più forti nei confronti delle aziende semmai disponendo anche la sospensione di quelle aziende che non applicano le misure di sicurezza. Il Governo ha pensato di modificare la normativa vigente assegnando all’Ispettorato Nazionale del Lavoro il coordinamento della vigilanza sulla Sicurezza oggi affidato alle Regioni. Dopo ogni incidente, c’è sempre l’indignazione di politici, sindacati ed istituzioni ma dopo qualche settimana tutto ritorna come prima. “Se la sicurezza è considerata un costo e non un investimento la situazione non cambia ”- dichiara il Segretario della CGIL Landini. Il problema è proprio che la sicurezza costituisce un costo per il datore di lavoro ma in nome del profitto e della concorrenza si tende sempre di più ad abbassare i costi di produzione e tra essi c’è anche quello della sicurezza. La battaglia anche per la sicurezza del lavoro rientra ancora nei compiti delle organizzazioni sindacali ma, purtroppo, in nome della ripresa anche queste garanzie vengono sospese o eluse per vedere aumentare la produttività, ossia aumentare il grado di sfruttamento della forza-lavoro altrimenti detto della produttività per ogni singolo addetto. E’ la storia di questo sistema capitalista che ci insegna che l’imprenditore tende ad abbassare il costo del lavoro man mano che aumenta la concorrenza a livello locale o mondiale. E questo avviene anche oggi perché le imprese, soprattutto quelle di grosse dimensioni, delocalizzano la lavorazione nei paesi del terzo mondo dove i salari sono decisamente più bassi e quindi il capitale riesce a strappare una maggiore remunerazione che consente al produttore di allargare ancora di più la produzione. Quando il mercato sarà ingolfato dalla sovrapproduzione ecco allora profilarsi una crisi che spesso sfocia anche in un conflitto armato nel corso del quale vengono distrutte immani risorse, massacrati milioni di persone, militari e civili, per cui alla fine ci sarà modo di riprendere un nuovo ciclo produttivo.  E’ quanto rischiamo che avvenga anche in un prossimo futuro ad un livello che non ha precedenti nella storia di questo sistema mentre la classe al potere sta già mettendo a punto sistemi di distruzione di massa che non hanno eguali nella storia. Tutto ciò sotto gli occhi di tutti, mentre alla classe proletaria si riempie la pancia giusto quel poco che consenta la sopravvivenza quotidiana. Ma questo diventa un peso sempre più gravoso per la classe dei produttori di qui l’aumento della fascia di povertà che ormai nei grandi paesi industriali si contrappone alle ricchezze profuse nella società dei consumi a favore di una classe parassita che vive nell’ozio e nel lusso grazie alla fatica di miliardi di persone. Attenzione, perché,  quando la pressione supera certi limiti, il sistema può anche implodere. Come scriveva un filosofo del secolo scorso il sistema mondiale è talmente interconnesso, che un battito di ali di una farfalla in Cina, può provocare un terremoto in qualsiasi altra parte del mondo. E la pandemia sta dimostrando che se non si assumono adeguati provvedimenti che vadano incontro alle esigenze di vita di tutto il genere umano, si corre il rischio di innescare un conflitto che potrebbe segnare la fine della nostra società. Ma vi è un’altra ipotesi da valutare. Se le forze sane della società, che esistono in ogni angolo del mondo, che hanno chiara visione dei compiti che una parte della società si deve assumere, potrebbe essere l’inizio di una nuova era della nostra società, realizzando quel progetto di comunità mondiale solidale, rispettosa dei diritti dell’uomo, che sappia assicurare uno sviluppo economico e produttivo che privilegi i bisogni dell’umanità e dell’ambiente, eliminando ogni forma di privilegio economico, sociale e culturale. Una società più che adeguata a livello di conoscenza che l’uomo ha raggiunto nel corso della sua comparsa su questo pianeta sempre che più larghe masse della società prendano coscienza di questo compito storico, abbattendo quella classe politica che in ogni angolo del mondo vive di corruzione, alimenta le illusioni di grandi riforme, collaborando con la classe economica dominante a mantenere in piedi un sistema che va cambiato, per garantire un futuro alle nuove generazioni.

Ottobre 2021

L’ORRENDO PREZZO DEL LAVORO

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