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IL CASO NAVALNY

Innanzitutto, chi è Alexei Navalny? Si forma politicamente durante gli studi all’Università di Yale per poi fondare nel 2005 il gruppo politico Democrazia alternativa grazie ai finanziamenti della ONG americana NED, a sua volta finanziata dal Congresso USA.

Nel 2013 viene prima arrestato per appropriazione indebita di mezzo milione di dollari e successivamente condannato, insieme al fratello Oleg, per frode e appropriazione indebita.

Non certo un modello di onestà e patriottismo. Malgrado il suo passato, viene ritenuto dai progressisti americani come il salvatore della Russia dal tiranno Putin; in realtà il blogger sostenuto da Washington non gode di grandi consensi in patria. Il 21 agosto scorso la sua portavoce Kira Yarmysh comunica che Navalny era stato ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale di Omsk, in Siberia, dopo essersi sentito male durante un volo Tomsk-Mosca costringendo l’aereo ad un atterraggio di emergenza per consentire il ricovero nel più vicino ospedale.

Senza attendere alcun riscontro medico, la portavoce dichiarava che “Alexei è stato avvelenato con qualcosa mescolato nel suo the”. In seguito agli accertamenti clinici effettuati dai medici di Omsk, il malore sarebbe stato causato da una crisi ipoglicemica escludendo la diagnosi medica qualsiasi traccia di veleno.

A smentire la tesi del the avvelenato sembrerebbero esserci anche i video delle telecamere di sicurezza dell’aeroporto di Tomsk perché, da quanto si evince, il the sarebbe stato servito a Navalny non da un cameriere ma direttamente dalla sua portavoce.

Nel frattempo l’ONG tedesca “Cinema for Peace” invia un’eliambulanza per trasportare Navalny in un ospedale tedesco ma, a causa delle condizioni ancora critiche e instabili nelle quali si trova l’attivista, il trasferimento viene per il momento rinviato.

Il leader dell’opposizione russa “è attaccato ad un ventilatore, è in coma e in gravi condizioni” segnala nell’ultimo tweet la portavoce Kira Yarmish che lascia poca speranza. “I medici stanno facendo tutto il possibile per salvargli la vita”. Il clamore del caso fa sì che la Cancelliera tedesca Angela Merkel si fa avanti per concedere cure e asilo al dissidente.

Sul caso va in scena il solito balletto di accuse incrociate e negazioni perché vi sono dubbi su chi sia il mandante di un attacco che forse è fin troppo facile attribuire a Vladimir Putin e al suo cerchio ristretto. Da un lato c’è l’Occidente con Berlino capofila dell’indignazione internazionale per “le prove inequivocabili” del più noto oppositore di Putin.

Dall’altro c’è una Russia che da tempo lavora per mantenere ed ampliare la sua sfera di influenza. I medici tedeschi, dell’Ospedale Charité di Berlino, confermano di aver riscontrato tracce di “un agente nervino del gruppo Novichok”, un composto chimico di livello militare sviluppato dall’Unione Sovietica e successivamente dalla Russia.

Va detto però per chiarezza che la diagnosi dei medici di Berlino si basa essenzialmente sui test affidati ad un Ospedale militare che ha effettuato la ricerca. L’UE, nella persona dell’Alto rappresentante Josep Borrell, afferma che il compito di lanciare un’inchiesta indipendente spetta alle autorità russe, considerato che “l’incidente si è verificato sul suolo russo e nei confronti di un cittadino russo”.

Sergei Naryshkin, capo dell’agenzia di intelligence straniera russa replica “Mosca non può escludere che dietro l’avvelenamento ci siano forze speciali occidentali”. Resta aperta la domanda su chi sia il mandante effettivo “puntare il dito direttamente contro Putin è la soluzione più facile ma anche la più improbabile”, osserva Mara Morini, docente dell’Università di Genova. Dopo l’annuncio delle autorità tedesche di prove incontrovertibili, “sono emerse alcune contraddizioni rispetto alle informazioni che abbiamo ricevuto” osserva Morini “da un lato abbiamo visto come in Russia siano prontamente intervenuti quando Navalny si è sentito male e non si capisce perché mai le autorità russe avrebbero consentito al trasferimento a Berlino, se davvero l’avvelenamento fosse stato ordinato dal vertice”.

E’ la complessità la chiave con cui molti esperti invitano a leggere, interpretare quel “poco che sappiamo sui fatti”. Tra le piste più accreditate c’è l’ipotesi che l’avvelenamento sia stato disposto da qualcuno che fa parte dell’élite russa e ce l’aveva con Navalny per le sue continue inchieste sulla corruzione. “L’attuale Russia è percorsa da una guerra tra bande di oligarchi vicini al potere ma che perseguono in larga misura interessi personali e privati”, fa notare il prof. Aldo Ferrari, docente di storia della Russia presso l’Università Ca Foscari di Venezia e direttore del programma di ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale (ISPI). Insomma un episodio che denota piuttosto un tentativo di destabilizzazione della leadership di Putin.

Secondo i medici che lo prendono in cura a Berlino, l’oppositore russo sarebbe stato avvelenato, confermando i sospetti dei suoi collaboratori.

Contro di lui, sarebbe stato impiegato un “agente nervino del gruppo Novichok”. Lo rende noto nel pomeriggio del 2 u.s. il governo tedesco in una dichiarazione ufficiale dopo che “su iniziativa dell’Ospedale Universitario, un laboratorio speciale dell’esercito ha effettuato un test tossicologico sui campioni di Alexei Navalny. In tal modo è stata fornita la prova inequivocabile della presenza di un agente nervino chimico del gruppo Novichok” si legge in una nota del governo tedesco. Ci sembra davvero un po’ poco per ritenere che si sia raggiunta “una prova inequivocabile” finché non siano effettuati test da parte di un ospedale indipendente dal potere militare. Sembra che si stia ripetendo lo stesso schema di quando si accusò Assad di aver prodotto armi chimiche per cui l’Occidente intero, sotto la guida della NATO, si lanciò in una impresa militare contro l’Irak portando alla caduta del Capo di Stato.

Ipotesi che dopo diversi anni è stata smentita proprio dagli stessi uomini politici che furono a capo della missione “di pace” come Tony Blair è stato costretto ad ammettere.

Questo spiega anche la necessità di trattare il caso con una certa circospezione per evitare che una menzogna possa produrre conseguenze drammatiche.

I collaboratori di Navalny insistono a ritenere che non vi sono più dubbi che sia stata la Russia ed in particolare i Servizi Segreti (ex KGB) ad aver utilizzato un gas nervino che poteva disporre solo il potere centrale. Ha aggiunto Leonid Volkov, braccio destro dell’oppositore, che “avvelenare Navalny con il Novichok è come lasciare l’autografo di Putin sulla scena del crimine”. Il problema è che, dopo il crollo dell’Urss, il Novichok “venne venduto a destra e a sinistra” rivelò due anni fa Vil Mirzajanow, uno degli scienziati di Shiknany, esiliato negli USA.

Potenzialmente potrebbe essere finita nelle mani di qualsiasi criminale con adeguate risorse e mezzi. Ma chi altri, al di fuori della Federazione russa, potrebbe volere la morte di Navalny? Sono dubbi legittimi: da tempo gli Stati Uniti premono sulla Germania perché rinunci a completare il North Stream 2, il gasdotto che rifornirà l’Europa di gas russo.

Merkel ha chiarito di non voler “politicizzare” la costruzione legandola all’avvelenamento di Navalny ma molti ora si chiedono se, difronte “alle prove inequivocabili” dell’uso del Novichok la Cancelliera cambierà opinione. Ma c’è da aggiungere che, anche se si raggiungesse una ragionevole certezza sull’uso di Novichok, siamo ben lontani dal poter affermare che dietro le quinte ci sia proprio la responsabilità dei vertici del Cremlino.

Non a caso interviene, nella settimana scorsa, anche il Segretario della NATO Jens Stoltenberg che, a seguito della riunione del Consiglio Nord-Atlantico convocato proprio per discutere il caso dell’avvelenamento dell’oppositore russo, chiede alla Russia di fornire una divulgazione completa del programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche il cui uso costituisce – aggiunge – “una violazione inaccettabile delle norme e delle regole internazionali”. Già l’intervento della NATO costituisce indice di un tentativo di allargare il caso senza che fino ad oggi siano state fornite prove, se non agli accusatori, dell’uso del gas nervino e soprattutto senza alcuna prova sui mandanti di questo tentato omicidio.

La Russia risponde giustamente di non poter dare le informazioni richieste perché il gas non è più prodotto dalla Russia e, secondo quanto afferma il Vice-presidente della Commissione Affari Esteri della DUMA, Alexsei Chepa “non è chiaro l’obiettivo dei rappresentanti della Nato nei confronti della Russia: sanno già tutto di Novichok negli Stati Uniti e nel Regno Unito dove viene prodotto mentre la Russia non lo produce più da molti anni”.  La posizione della Nato per fortuna non coincide con quelle espresse dalle più alte cariche tedesche. Di una cosa è certa che per trovare i responsabili dell’avvelenamento bisogna guardare alla Russia. E’ la convinzione espressa dal Presidente tedesco Steinmeier che, parlando alla radio, si limita ad affermare “che un crimine è stato commesso ed i suoi responsabili possono essere rintracciabili solo in Russia” ribadendo la richiesta di chiarimenti a Mosca.

Il Ministro degli Esteri russo Lavrov risponde che Mosca “non ha niente da nascondere” per cui risponderà appena saranno pervenute dalla Germania le informazioni richieste, riferendosi probabilmente alle “prove incontrovertibili” di cui il governo tedesco sarebbe in possesso.

Probabile che la Merkel vada a consultare i suoi alleati in seno alla Nato e in seno all’Europa per concertare eventuali sanzioni nei confronti della Russia che è già oggetto di sanzioni internazionali anche per l’annessione della Penisola di Crimea e per il suo sostegno ai ribelli che combattono contro le truppe filo-governative nell’Ucraina Orientale.

Ma c’è anche da dire che questo potrebbe essere un passo falso della diplomazia occidentale, o almeno prematuro, fino a che non sia chiarito il caso sotto tutti i suoi aspetti perché è evidente che la sanzione possa ritenersi efficace e conforme alle regole internazionali, solo se venga accertata un’implicazione del governo russo nella vicenda.

L’inasprimento delle misure già adottate dall’UE richiederebbe inoltre l’unanimità tra i 27 Stati membri dell’UE perché se alcuni, come la Polonia sono critici nei confronti di Mosca, altri, come l’Ungheria potrebbero essere meno disposti a sostenere sanzioni economiche più severe contro la Russia. Ma il nodo di questa vicenda si gioca attorno alla costruzione del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe entrare in funzione il prossimo anno. Esso dovrebbe portare il gas russo in Europa ma alcuni paesi ritengono che questo aumenterà la dipendenza energetica dalla Russia. Ma se si tratta di una transazione economica favorevole per l’Europa, ed i tempi fino ad oggi impiegati per costruirlo dimostrano che Germania e soci sarebbero poco disposti a rinunciare all’accordo intervenuto con la Russia. D’altra parte, oggi, se i paesi europei intendono far marciare le proprie industrie e assicurare riscaldamento ai propri cittadini la soluzione non resta che quella di approvvigionarsi sul mercato russo, o di rivolgersi

ai paesi Medio-Orientali o arabi. Insomma, il problema della dipendenza energetica è un argomento ben noto che non incide, come ha ammesso la stessa Merkel, sulla ultimazione dei lavori di costruzione del gasdotto. Gli unici che stanno facendo di tutto per mandare all’aria questo progetto sono gli Stati Uniti che vogliono aumentare le spedizioni di gas naturale liquefatto verso l’Europa, per giunta, ad un prezzo superiore a quello russo. E questo interesse potrebbe spiegare anche l’ipotesi peggiore che dietro l’avvelenamento ci possono essere anche i corpi speciali dei servizi segreti americani.

Un’altra opzione sarebbe quella di intervenire su TurkStream, un progetto di gasdotto che trasporterà il gas naturale dalle steppe caucasiche nell’Europa meridionale.

Si tratta di un progetto a cui è direttamente interessata anche l’Italia per cui in maniera molto chiara il Ministero degli Esteri russo ha affermato che le minacce di sanzioni contro i gasdotti costituiscono una “pressione politica” ed una “concorrenza sleale”.

La vicenda dunque del presunto avvelenamento di Navalny va chiarita in tempi rapidi, innanzitutto accertando se vi è stato o meno avvelenamento e se questo può in qualche modo comportare qualche responsabilità del governo russo, onde evitare che esso possa divenire uno strumento politico nelle mani degli USA o della Nato, per dividere i paesi europei e soprattutto rallentare da una parte il progetto di unificazione politica in corso oggi tra i paesi dell’UE e dall’altra interferire nei rapporti economici e commerciali sia con la Russia che con la Cina.

9/9/2020

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