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COSA CI ASPETTA DOPO IL 7 GENNAIO

A dircelo senza timore di smentite è Giovanni Sebastiano, matematico del Consiglio Nazionale delle Ricerche in un’intervista resa al quotidiano “Il Dubbio” del 31 dicembre scorso. “Da circa 12 giorni – dichiara – siamo in una fase di crescita dei contagi che sembra essere di tipo esponenziale come a febbraio-marzo e ottobre” avvertendo che “le scuole non riapriranno il 7 gennaio”. Secondo il matematico “da metà dicembre si sono visti chiari segni di una ripresa dei contagi all’interno del contesto europeo” aggiungendo che “in base alle analisi effettuate i contagi sono ripartiti da fine settembre”.  Il primo Dpcm è stato quello del 13 ottobre in cui è previsto l’obbligo di mascherine anche all’aperto, decisamente in ritardo, a suo avviso, in quanto un ritardo di soli 15 giorni può portare al raddoppio dei numeri dei contagiati e dei morti. “Bisogna agire – aggiunge – quando i numeri sono ancora bassi, altrimenti si rischia, come è avvenuto, di perdere il controllo del tracciamento”. Al giornalista che gli chiedeva se, in base alle sue stime, l’immunità di gruppo si possa raggiungere il prossimo autunno, risponde nettamente “penso che chi fa queste previsioni stia dando i numeri al Lotto: ci sono troppi fattori incogniti tra cui l’efficacia dei vaccini per non trasmettere l’infezione”.  Richiesto, altresì, di pronunciarsi sulla riapertura delle scuole prevista per il 7 p.v. risponde “Spero che desistano dal farle riaprire e aspettino di vedere prima l’andamento della curva nella seconda metà di gennaio. La riapertura della scuola a settembre ha già influito sulla ripresa dei contagi ad ottobre e a gennaio avremo inoltre una maggiore circolazione di questo virus e di quello dell’influenza”. Se queste sono le previsioni di un tecnico, a confermarle è anche la pedagogista Chiara Saraceno sulle pagine de “La Repubblica” – sempre del 31 dicembre – la quale “mette in guardia contro le devastanti conseguenze sociali che provoca questa pandemia soprattutto per i giovani che sono meno privilegiati i quali nel breve intervallo in cui c’è stata la scuola in presenza non hanno avuto l’opportunità di recuperare quanto perso nel lungo lockdown di questa primavera ma anche la motivazione ad impegnarsi e ad avere fiducia nelle proprie capacità….con conseguenze negative di lungo periodo per le loro chance di vita, ma anche per la tenuta della società nel suo complesso”. La didattica a distanza – aggiunge – se fatta con misura, in modo non esclusivo, se accompagnata da una buona dotazione tecnica e umana, può essere una buona risorsa educativa, specie per i più grandi” lamentando però “l’incapacità di trovare modalità di insegnamento e apprendimento…in un contesto che non può più essere definito di emergenza imprevedibile, se è rischiosa per tutti, lo è ancor di più per chi ha meno risorse, allargando ulteriormente disuguaglianze che erano già inaccettabili”. A questo punto bisognerebbe chiedere ai politici dove sono finiti i finanziamenti previsti per la scuola e perché fin dalla fine della prima fase della pandemia, il governo non sia stato capace di definire un piano per assicurare – in caso di ripresa dei contagi – il diritto di tutti i giovani di poter usufruire degli strumenti tecnici per partecipare a questa fase di didattica a distanza. Certo, se ci si ostina a concentrare – come si è fatto – tante responsabilità nelle mani di un solo Commissario, nel nostro caso Arcuri, non si capisce dove sia finita l’intelligenza e la capacità di questa compagine governativa. Le periodiche dichiarazioni di tutte le parti e di tutti i leader politici non hanno brillato per chiarezza. “Che si rischi di deprivare il capitale umano, lo sviluppo delle capacità di un’intera generazione sembra preoccupare meno delle legittime aspettative dei vari operatori economici colpiti dalle restrizioni”. Un pesante atto di accusa questo contro una classe politica inetta, contro un governo della cosa pubblica che ha destinato miliardi di euro alla ripresa economica senza rafforzare il comparto scolastico che già alla ripresa in settembre si era mostrato incapace di rispondere al grido d’allarme lanciato da professori e dai tanti addetti al settore. Se questo è vero non ci possiamo aspettare che in pochi giorni il governo abbia un piano di riserva, anzi, malgrado le riserve espresse anche dalle Regioni il Premier Conte tiene duro, confermando la riapertura delle scuole per il prossimo 7 gennaio. Una scelta scientificamente e scolasticamente improvvida. Che almeno il piano di vaccinazione invece di privilegiare le persone anziane potesse passare a vaccinare per primi gli adolescenti per evitare che spingano il contagio, dopo gli operatori sanitari, insieme ai loro insegnanti. La stessa ministra dell’Istruzione è d’accordo con la riapertura perché “E’ a scuola – ha dichiarato – e in nessun altro luogo che si gioca la partita più importante”. Ma – in condizione di aumenti di contagi – è una partita persa in partenza. Le regioni decideranno “autonomamente” la data di apertura ma chi vigilerà perché non accada ancora una volta l’imprevedibile? Gli scienziati – abbiamo visto – sono per un rinvio della riapertura, semmai valutando di vaccinare prima gli adolescenti ma forse è già tardi per questo cambiamento. Non lo vogliono i politici, attaccati spessi alle loro decisioni, anche quando non sono sostenute da una valutazione scientifica. In fin dei conti, si tratta di salvare una generazione dal baratro. Ma sembra che l’orologio si sia fermato e nessuno è disposto a fare una retromarcia. I giovani hanno fatto sentire tutta la loro amarezza e il loro disagio, perlomeno nella nostra regione, chiedendo spesso aiuto agli psicologi per poter calmare la loro angoscia. Domenico Squillace, Dirigente del Liceo Volta di Milano, ha dichiarato “Non vorrei che si aprisse oggi la scuola per richiuderla tra qualche settimana e riaprirla poi in aprile” ricordando che, “mentre gli altri paesi oggi chiudono per assorbire l’effetto del Natale, noi siamo pronti a riaprire” costi quel che costi.

Cosa ci aspetta dopo il 7 gennaio

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