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CHE SENSO HA COSTRUIRE NUOVE CARCERI?

Così si chiedeva il quotidiano “Il Riformista” qualche mese fa. Come abbiamo già scritto il carcere tende ad isolare dal resto del contesto sociale chi si è reso colpevole di un comportamento antisociale. Si tratta di una pena estrema che va riservata a chi si è macchiato di efferati delitti ed anche in questo caso lo Stato deve garantire al recluso l’esercizio di alcuni elementari ma inalienabili diritti, anche in caso di segregazione, tenendo conto altresì del dettato costituzionale che vuole che la pena deve tendere a recuperare il recluso perché possa far ritorno nella comunità dalla quale è stato allontanato. “Che senso ha dunque costruire nuove carceri – si chiede “Il Riformista” – quando in tutto il mondo si abolisce la pena di morte, si scelgono forme alternative alla pena detentiva?”. Qualche anno fa anche le più alte cariche del nostro sistema giudiziario ebbero a lanciare un allarme sulla più che diffusa abitudine di utilizzare la pena detentiva anche in quei casi in cui il reato non appariva così grave da giustificare una pena così afflittiva che spesso tronca qualsiasi possibilità di reintegrazione da parte del recluso.

La recidiva è uno dei fenomeni più frequenti nella lotta al crimine. “In Italia – scriveva ancora “Il Riformista”- si progetta la costruzione di mega-strutture che costituiscono la risposta all’odio e alla violenza del crimine che è stato commesso”.  Certo è che, per usare le parole che utilizzò il Presidente Napolitano “Un abisso separa la realtà carceraria di oggi dalla società libera”. E’ il giornale “Il Dubbio” a scrivere che “Le patrie galere sono luoghi in cui i cittadini detenuti subiscono una sorta di vendetta di Stato”. Ne è conferma la violenza con cui, nella primavera del 2020, nel pieno della pandemia, un gruppo di poliziotti abbia massacrato senza alcuna pietà decine di detenuti. Un crimine orrendo oggi condannato da tutte le forze politiche che però – a distanza di tanti mesi – non hanno ancora preso alcun provvedimento concreto nei confronti di chi si è reso colpevole di una vera e propria carneficina. Anche quest’anno, come ogni anno, il partito radicale si è recato il 15 agosto nelle carceri per verificare le condizioni di detenzione. “Un vero e proprio viaggio nell’infermo – scrive Simona Fusco sul quotidiano “Il Dubbio” – in luoghi dove gli uomini vengono spogliati non solo fisicamente ma anche della loro dignità. Spesso ancora prima di sapere se ci si trova difronte a degli innocenti o a dei colpevoli” tradendo così anche il fine rieducativo della pena. E sono tante le testimonianze di quanti in carcere hanno subito violenze, percosse, privati di ogni elementare diritto: un’esperienza che rimane attaccata alla pelle come una cicatrice, un marchio indelebile che è impossibile lavare via. “Un’esperienza devastante – scrive la nostra collega- anche da chi sia stato assolto per non aver commesso alcun crimine”.

Pensiamo alle tante storie che hanno segnato il corso della giustizia nel secolo scorso, come nel caso Contrada (funzionario della Polizia di Stato) che fu accusato da alcuni collaboratori di giustizia di essere un affiliato alla mafia o come quella ancora più tragica di Enzo Tortora, uno dei protagonisti più amati dal pubblico televisivo, accusato di essere un camorrista, riconosciuti entrambi innocenti solo dopo lunghi anni di carcere.

Non c’è risarcimento che possa in qualche modo lenire le pene di quanti hanno subito la mano pesante della giustizia, additati come criminali incalliti cui nessun giudice potrà restituire la dignità così drammaticamente strappata.

A denunciare questa avvilente situazione in cui versa la giustizia italiana, viene a raccontarcelo sempre sulle pagine de “Il Dubbio” Gherardo Colombo, che è stato PM del pool di Mani Pulite. “Altro che Beccaria – dichiara Colombo – nelle nostre carceri vige la legge del taglione”. “La Costituzione – ricorda Colombo – non solo prescrive l’umanità della pena ma all’art. 13 prevede che venga punito chi compie violenze sulle persone private della libertà”. E invece, al contrario, tanti sono i casi in cui si è scoperto che la polizia giudiziaria, o altri corpi dello Stato, avevano abusato dei loro poteri, accanendosi come aguzzini su chi era stato loro affidato dalla Giustizia e che non potevano difendersi dalle violenze cui erano sottoposti.

Colombo si occupa anche dell’affettività in carcere, totalmente negata ai reclusi, laddove in paesi cattolici come il nostro, l’affettività è prevista senza scandali.

Consentire al recluso di mantenere aperti i rapporti con l’ambiente familiare, significherebbe riconoscergli un po’ di quella dignità che gli è invece oggi negata.

In un’intervista rilasciata al quotidiano “Il Riformista” di qualche mese addietro (ottobre 2020) Rita Bernardini riferiva che bisogna consentire al recluso di mantenere le sue relazioni con la famiglia sul piano dei sentimenti ma anche riconoscendogli quella sessualità che non può essere repressa con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, riferendomi alle continue violenze sessuali in carcere. “Consentire il diritto agli affetti – ribadisce la senatrice – è importante non solo ai fini dei percorsi rieducativi dei detenuti ma anche per i “congiunti incolpevoli”, moglie, madri, padri, figli”. Al contrario, una classe politica arrogante nella sua viltà, ha impedito di trasformare in legge quella che era una proposta di riforma del governo Gentiloni che rifiutò di portare a termine i decreti attuativi messi nero su bianco dalla commissione del governo.

La classe politica attuale – scrive ancora la Bernardini – ha ben poco il senso delle istituzioni e del rispetto dei principi costituzionali, convinta che, la filosofia del “buttiamo via la chiave” e “più reati, più galera” si conquista consenso elettorale a buon mercato presso l’opinione pubblica” ma poi i nodi vengono al pettine e alla fine le spese le fanno tutti i cittadini. Né questo governo mostra di voler affrontare a fondo questi problemi “nei limiti consentiti dalla complessa composizione della compagine governativa” come scrive amaramente il senatore Colombo, pur restando fiducioso che la nuova amministrazione compirà passi importanti verso un carcere davvero rispettoso della Costituzione. Una speranza che non condividiamo perché la Storia la fanno gli uomini, nelle condizioni in cui essi si trovano ad operare e, quella attuale, proprio per i limiti denunziati da Colombo, rende impossibile una legge di riforma che riconosca i diritti dei reclusi, costretti a marcire in locali sovraffollati, fetidi, senza alcun rispetto né del dettato della Costituzione ma anche del regolamento penitenziario. C’è ancora tempo per cambiare regime? Certo, ma a patto che la politica riconosca tutti i suoi limiti, allineandosi anche alle scelte degli altri paesi dell’UE che hanno lavorato per limitare l’uso delle pene detentive, solo in casi di efferati crimini che abbiano sollevato sconcerto e riprovazione in seno all’opinione pubblica.

Agosto 2021

Che senso ha costruire nuove carceri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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