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CASO WHIRLPOOL: UN’ALTRA GRANA PER IL GOVERNO

Se è vero che la pandemia sta creando seri problemi per il settore industriale in generale, ritardando i tempi di una ripresa che appare sempre più lontana, non dimentichiamo che accanto a questa nuova “emergenza” l’industria italiana già soffriva per la mancanza di un piano industriale per avviare una fase di ripresa dell’economia del paese. E questo accadeva anche per la Italsider di Taranto ma anche in altri settori, a causa della sfrenata concorrenza dei paesi come la Cina o l’India che si affacciano sul mercato mondiale con capitali freschi, forti anche per una politica di prezzi mettendo sotto pressione soprattutto quei settori che lavoravano molto sui mercati mondiali. Era il caso della “Whirlpool” azienda multinazionale che aveva investito nel settore degli elettrodomestici bianchi con 7 stabilimenti aperti in Italia. Nel 2018 scoppia il caso dello stabilimento Whirlpool di Napoli che la direzione ha deciso di chiudere perché lo stabilimento lavorava in perdita. La direzione decide di vendere la fabbrica ad un imprenditore svizzero perché la fabbrica perdeva 20 milioni di euro all’anno. L’amministratore delegato di Whirlpool Italia spiegava che non c’era più sostenibilità economica nella produzione di lavatrici ribadendo che l’Italia restava strategica per il gruppo con 5.000 dipendenti e che il problema della chiusura riguardava solo lo stabilimento di Napoli per il quale si prevedeva la chiusura per ottobre 2018, sollevando le proteste degli operai per la decisione di avviare la cessione dello stabilimento di Via Argine dichiarandosi contraria a qualsiasi ipotesi di riconversione industriale.  Il governo decide di aprire un tavolo di trattative e dopo un incontro avvenuto al Ministero del Lavoro, Luigi Di Maio annunciava pomposamente su Facebook “Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia. Sono orgoglioso di dire che ce l’abbiamo fatta: stiamo riportando lavoro in Italia”. Impegno rispettato e disatteso periodicamente da Di Maio e dal suo successore Stefano Patuanelli, nel corso dei successivi due anni. In effetti, agli incontri avvenuti tra Governo e la dirigenza del gruppo, con la presenza dei rappresentanti sindacali, la società aveva ribadito solo la disponibilità di allungare un po’ i tempi, facendo presente che comunque era decisa a cedere questo ramo di azienda. E quest’estate la multinazionale americana decide di vendere lo stabilimento ad una società svizzera, quella che fin dal primo momento era rimasta interessata all’acquisto. In una nota diramata dall’azienda si ribadisce che “ il trasferimento del ramo di azienda rappresenta l’unico modo per tutelare la massima occupazione a Napoli e offrire un futuro sostenibile di lungo termine allo stabilimento che, in alternativa, avrebbe cessato ogni attività produttiva”.  Nulla di nuovo dunque sotto il sole per cui se si possono capire le reazioni degli operai, davvero appare ipocrita la reazione del governo. “La decisione – accusa la sottosegretaria Alessandra Todde – è una grave scorrettezza da parte della multinazionale nei confronti del governo e dei lavoratori”. Ipocrita perché fin dall’inizio il governo sapeva che difficilmente la società avrebbe cambiato idea perché nel suo piano di ristrutturazione non c’era più posto per quel ramo di azienda preferendo illudere gli operai sulla possibilità di mantenere aperto lo stabilimento. E di questo alla fine son ben coscienti anche gli operai dopo che anche il premier Conte non è riuscito a convincere il Ceo del gruppo di fare marcia indietro. “Il governo – dichiara una lavoratrice intervistata da La Repubblica il 31.10 scorso – sono degli incapaci, nella migliore delle ipotesi degli inesperti”. Se l’azienda ha potuto portare avanti la sua linea è anche perché il governo non aveva offerto altra soluzione all’impresa che non fosse quella di voler mantenere aperto lo stabilimento di Napoli. Insomma, non ha presentato alcun piano alternativo che potesse convincere la controparte a modificare la sua decisione. In due anni, dopo diversi incontri, le due parti sono rimaste ferme sulle proprie posizioni per cui non si può dire che la decisione fosse inaspettata e si pretende ancora una volta di riaprire le trattative. Questa ennesima sconfitta è frutto soprattutto della mancanza di un piano industriale e della  inadeguatezza di chi ha portato avanti la trattativa. Agli operai, che presidiano oggi la fabbrica, bisogna dare una risposta e questo spetta al governo che, con scarso senso di responsabilità, non è stato capace in questi anni di presentare alcuna soluzione alternativa che potesse garantire a questi lavoratori il ritorno al lavoro in una città come Napoli dove la disoccupazione è un problema sociale serio, continuando ad illudere i lavoratori, prendendo tempo per evitare solo nuove tensioni sociali.

4/11/2020

Caso Whirlpool, un’altra grana per il governo

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