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BREXIT: PRIMA, DOPO E DOMANI…

PRIMA

Riprendiamo ad esaminare la vicenda della Brexit laddove l’avevamo lasciata. Nell’ottobre scorso, dopo un acceso dibattito al Parlamento, alla ripresa dei lavori sospesi dal premier inglese per oltre tre settimane, Johnson è costretto ad incassare una legge che vieta l’uscita dall’UE senza un accordo e che prevede fra l’altro l’obbligo per il Governo, se l’accordo non si trovasse, di richiedere un’altra proroga a Bruxelles. In effetti, si calcola che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE senza accordo, potrebbe costare alla Gran Bretagna fino al 9% del PIL. Il primo ministro aveva più volte ribadito che per lui il termine del 31 ottobre era da considerarsi perentorio. A beffare Johnson è stato l’emendamento di Oliver Letwin che ha di fatto bloccato l’accordo raggiunto tra Johnson e Bruxelles. Emendamento che passa con 322 voti contro 306 – anche col voto a favore di alcuni parlamentari conservatori – che ha fatto slittare la resa dei conti sulla Brexit. Johnson, dunque, non ha potuto evitare di far richiesta all’UE di prorogare i termini del divorzio dal 31 ottobre 2019 al 31 gennaio 2020 in mancanza dell’approvazione da parte del Parlamento entro il termine del 19 ottobre. La richiesta di rinvio perviene al Presidente del Consiglio europeo Tusk a notte fonda. Proroga che il Consiglio concede senza troppi problemi. Venuta dunque a mancare la maggioranza, posta in crisi dalle ripetute defezioni di deputati conservatori, Johnson è costretto ad accettare la sfida lanciata dall’opposizione fissando la data del 12 dicembre per nuove elezioni. Alla fine anche Jeremy Corbyn, nonostante i sondaggi che sono negativi per il Labour Party, si convince di andare al voto. I sondaggi sono tutti a favore di Johnson ma tutto può succedere nelle elezioni più incerte della recente storia britannica con ben quattro partiti protagonisti: i conservatori con Johnson (oltre il 35% dei sondaggi) il Labour Party (22-25%), gli europeisti Lib-dem. (23-24%) e lo Scottish Party. Corbyn può sperare solo in un miracolo. Riuscirà Johnson a vincere, come anticipano i sondaggi? “Johnson attacca ogni giorno i comunisti come Corbyn che vogliono distruggere il Regno Unito” – scrive “La Repubblica” del 31.10- “E’ scaltro, spietato, arrivista, istrione, ultra-liberale in economia, la battuta sempre in canna…Ma soprattutto – aggiunge il quotidiano – ha raggiunto un miracoloso – seppur controverso  accordo – con l’UE sulla Brexit. Il resto del programma è di centro-destra: nuovi accordi commerciali con Trump, liberalizzazioni, 20mila nuovi poliziotti ma anche più fondi a sanità e istruzione”. In effetti il modello dell’assistenza sanitaria inglese – fiore all’occhiello della Gran Bretagna – è in crisi, mentre nuove tasse si sono abbattute sugli studenti universitari. Un programma del genere può far breccia anche nei confronti delle fasce medie ma il vero nodo dell’economia britannica resta l’industria che negli ultimi anni ha visto aumentare la disoccupazione, facendo allontanare la classe operaia dal Labour Party, che ha continuato a perdere elettori. Potrebbe essere decisiva la conquista dell’elettorato operaio del Nord che ha visto peggiorare sempre di più le sue condizioni di vita e che ha votato a favore della Brexit, determinando in larga parte il successo del referendum. I sondaggi danno in picchiata Corbyn forse il leader meno amato della storia britannica. Certo, le sue titubanze rispetto al voto referendario, sono valse ad allontanare la base elettorale del partito e questo è un errore che non gli può essere perdonato. Tuttavia, Corbyn –malgrado i suoi errori – è amato ancora dai giovani e dagli intellettuali anche se la sua equidistanza sulla Brexit gli ha alienato l’appoggio di molti europeisti, oltre ad una buona parte della classe media. Non va dimenticato che è stato accusato, anche se ingiustamente, di anti-semitismo, mentre una parte di imprenditori lo considerano un “Dracula marxista”. Insomma, vi sono tutti i presupposti per una sconfitta certa anche se tutto può essere stravolto: siamo solo all’inizio della battaglia elettorale. Ma la vittoria di Johnson – più che dal Labour Party – può essere messa in discussione dalle posizioni che assumeranno gli scozzesi e gli irlandesi nello scontro. In effetti, lo Sinn Féin, il partito indipendentista nord-irlandese, ha deciso di ritirare i propri candidati a Belfast e in altri due collegi elettorali per aiutare quelli di altri partiti anti-Brexit per battere gli unionisti del DUP, il partito più brexitiano in Irlanda del Nord alleato dei conservatori alla Camera dei Comuni nella passata legislatura. Accordi analoghi sono in corso fra liberal-democratici, verdi e nazionalisti gallesi. Se a questi si aggiungono i seggi degli indipendentisti scozzesi, il Labour Party di Jeremy Corbyn potrebbe riuscire a vincere alla testa di un’ampia coalizione anti-Brexit. Sul New York Times dell’11 novembre v’è una lucida analisi della situazione inglese sulla prospettiva di una vittoria del partito conservatore. Scrive Nicholas Kristof: “la Brexit potrebbe causare la frammentazione del Regno Unito e così il Paese potrebbe non durare nemmeno un altro decennio. Figuriamoci un millennio. I miei amici britannici sono sbigottiti vedendo Johnson primeggiare nei sondaggi, proprio mentre costui insiste a percorrere una strada che danneggia il suo Paese dal punto di vista economico e che rischia di smembrarlo. In maggioranza, gli economisti affermano che la Brexit avrà ripercussioni dolorose sia sui commerci sia sul Pil. Come ha fatto notare l’Economist, il piano di Johnson per la Brexit forse è addirittura peggiore per l’ economia del Regno Unito di quello di Theresa May che lo ha preceduto. La Brexit di Johnson lascerebbe l’Irlanda del Nord più integrata all’Irlanda che al resto della Gran Bretagna. E, quando la religione conterà meno su entrambi i versanti di quella frontiera, aumenteranno le pressioni per l’unificazione dell’Irlanda. «Paradossalmente, Johnson e la Brexit potrebbero aver fatto per l’Irlanda Unita molto più di quello che fece l’IRA», ha commentato sul Financial Times Jonathan Powell, già capo di gabinetto del Primo ministro Tony Blair. Da un sondaggio emerge che anche in Scozia molte persone adesso sono favorevoli all’indipendenza, e già si parla di un nuovo referendum per approvarla.«Il futuro migliore per la Scozia è quello di nazione europea, indipendente e alla pari con le altre» ha detto Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese. «Si tratta di una scelta che sono deciso a garantire al popolo scozzese». Non è affatto chiaro, nel frattempo, se l’UE sarà disposta a riaccogliere la Scozia, nel timore– qualora lo facesse – di incoraggiare i separatisti di altre regioni, per esempio la Catalogna. Anche il Galles sembra averne abbastanza.Un sondaggio ha messo in luce che il 41 percento dei gallesi sarebbe favorevole a una scissione, qualora potessero restare nell’UE. Una Gran Bretagna smembrata non sarebbe più grande. Alla fine, tutto quello che ne resterebbe potrebbe essere la sola Inghilterra”. Come scrive La Repubblica del 10 dicembre u.s., “Non è un caso se, qualche giorno prima delle votazioni, il premier britannico è andato nella roccaforte rossa del Sunderland dove la fabbrica Nissan sfama 10mila famiglie locali, altrimenti povere”. “Insieme a Repubblica è passato a Grimsby altro pericolante feudo rosso del Nord, dove nel 2016 il 70% ha votato per uscire dall’Europa. Alla periferia di Sunderland che nel referendum del 2016 fu la prima grande città a dichiararsi Brexiter potrebbe iniziare a sgretolarsi il “muro rosso”…da sempre laburista ma ora fatalmente ammaliata da questo ex ragazzotto diventato premier al grido di “get Brexit done”, promettendo di uscire entro il 31 gennaio dall’UE con un accordo fantastico. “Promette ogni cosa, più polizia, sanità, tagli alle tasse – commenta La Repubblica –  ma con quali soldi?”. Con i soldi e gli investimenti dopo l’addio all’Europa, replica Johnson ma ci crederà il popolo inglese? In base ai risultati riportati sembra proprio di si.

IL DOPO

“Johnson pigliatutto” – titola La Repubblica – subito dopo essere stati resi noti i risultati della consultazione.Con una maggioranza assoluta di 365 seggi mentre il Labour si ferma a 203 mentre gli altri gruppi di opposizione liberali – socialdemocratici – sono in caduta libera.  Solo Londra è in controcorrente. Con la maggioranza in Parlamento, l’approvazione dell’accordo raggiunto con l’UE è cosa fatta. Ora si apre una nuova fase del negoziato tra il Regno Unito e l’UE che riguarderà i futuri rapporti commerciali tra le parti che sicuramente si allungherà fino alla fine del 2020.L’unico successo resta quello degli indipendentisti scozzesi con ben 48 seggi conquistati che rappresentano un bel problema per Johnson. Nel frattempo la sterlina si è rivalutata del 2,5%, segno che i mercati credono nella ennesima scommessa lanciata da Johnson il quale però, dopo il trionfo elettorale, si trova a gestire una situazione non proprio semplice perché i problemi che c’erano prima – come quello del confine tra Ulster e Irlanda – e quello della Scozia che vuole restare nell’UE – potrebbero guastare la festa. Scrive Thimothy Garton Ash, professore all’Università di Oxford e convinto sostenitore del “remain” per cui si è battuto sia in patria che sulle testate giornalistiche europee – sulle pagine di “La Repubblica” del 14 u.s. “Come probabile conseguenza della Brexit il Regno Unito non solo sarà indebolito, impoverito…ma cesserà sostanzialmente di esistere come Stato Unico…”. In base all’accordo di uscita dall’UE ottenuta da Johnson, l’Irlanda del Nord si ritroverà in uno spazio economico e giuridico diverso da Inghilterra, Scozia e Galles, anche se in termini costituzionali continua a far parte del Regno Unito per cui non è escluso che, nel corso degli anni prossimi, decidano i Nord-irlandesi di unirsi al resto dell’Irlanda. E’ sintomatico che per la prima volta in questa tornata elettorale i seggi assegnati ai nazionalisti sono più di quelli assegnati agli unionisti, alleati  nel passato governo con i conservatori. Una vera e propria mina vagante che questa volta potrebbe favorire l’unione tra le due parti divise dell’Irlanda, ancora più legittima sotto il profilo storico. Ancora, come dicevamo, la Scozia ha votato sostanzialmente a favore dei nazionalisti scozzesi (48 seggi su 59) i quali potrebbero richiedere un secondo referendum per staccarsi dall’Unione britannica e per aderire a quella europea. “Insomma, paradossalmente – scrive ancora l’autorevole opinionista – la Brexit che è stata alimentata dalle manie di grandezza del partito conservatore e dei suoi tre ultimi premier di governo, probabilmente finirà per mettere fine all’impero inglese, così come abbiamo imparato a conoscerla” concludendo che “ la battaglia per la Gran Bretagna nell’UE è persa; quella per un’Inghilterra europea è appena iniziata”.  In effetti, anche se così ridotta, l’Inghilterra potrebbe rientrare nei ranghi della famiglia europea perché vi sono valori europei pienamente condivisi da entrambe le parti. Sempre che i rappresentanti del potere economico non siano sensibili al canto della sirena USA che sta usando la Brexit come un grimaldello per demolire la fortezza Europa. Sempre che ci sia ancora il tempo di farlo questo passo indietro da parte del governo inglese “in quanto il rischio di una crisi istituzionale è concreto soprattutto se nei prossimi mesi il partito scozzese organizza un referendum come quello tentato in Catalogna, innescando bollenti tensioni”. C’è da considerare – a tal riguardo – che contrariamente all’Inghilterra la Scozia ha bisogno di forza lavoro e di immigrazione, avendo beneficiato negli anni scorsi non solo dei fondi UE ma anche della normativa europea in materia di ambiente e lavoro. Ecco perché gli scozzesi vogliono un secondo referendum sul quale ovviamente Johnson non è affatto d’accordo, rimettendo in discussione l’Act of Union del 1707 con cui i due regni decisero di unirsi. Si tratterebbe della crepa più pericolosa per il Regno Unito dopo la Brexit: in pratica l’inizio della fine di un grande impero che ha fatto il suo tempo.

E DOMANI…

L’errore dei conservatori inglesi è proprio quello di ritenersi gli eredi di un grande impero, fatto che spesso li fa sentire superiori alle altre nazioni europee nel bene e nel male. Sono maturi i tempi per cambiare politica ed unirsi all’UE nella prospettiva della costruzione di un grande Stato federale capace di affermare, a livello mondiale, quei principi etici e giuridici che sono alla base della propria nascita. In fondo bisogna riflettere che, se l’UE può fare anche a meno della Gran Bretagna, la Gran Bretagna non può fare a meno dell’UE. Peccato che il popolo inglese non abbia potuto contare su rappresentanti politici più avveduti e lungimiranti. Purtroppo anche a casa nostra non abbiamo di che rallegrarci: speriamo che nei prossimi mesi si sappia trovare una soluzione politica che non chiuda definitivamente la porta ad un rientro dell’Inghilterra nella grande famiglia europea.

17.12.2019

Avv. E. Oropallo

Brexit prima e dopo e domani…

 

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