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CARCERE e REPRESSIONE

Nel corso della presentazione della relazione annuale al Parlamento tenutasi la scorsa settimana alla Università Roma 3, il Garante nazionale dei reclusi Mauro Palma non ha esitato a mettere in evidenza come oggi in effetti il carcere rappresenta un modello ormai superato nel trattamento delle devianze sociali, condannando all’oblio e all’isolamento chi nel carcere dovrebbe, secondo la norma costituzionale, trovare anche un’occasione di riscatto sociale, senza mai dimenticare la connessione tra la garanzia di sicurezza e la finalità costituzionale della pena, perché ha spiegato Palma “il contenuto della pena detentiva è la privazione della libertà e si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti”. In forma più chiara, bisogna comprendere che la pena è la perdita delle libertà dell’individuo per cui non possiamo aggiungere altri limiti che vengono a limitare i diritti inalienabili dell’individuo che non possono essere annullati, anche in condizioni di detenzione. E’ quanto ripetuto da anni da fior fiore di criminologi che insistono sul fatto che la libertà dell’individuo non può essere compressa fino ad annullare la umanità dell’individuo, come può essere il diritto di avere contatti con la società esterna, di poter avere contatti periodici con i propri familiari per non rompere l’esile collegamento con la società esterna nella quale un giorno ritornerà il detenuto, così come non va compresso il suo diritto all’informazione, come quella di avere uno spazio minimo che gli consenta di non essere sopraffatto dall’affollamento che scatena una vera e propria crisi di identità sui soggetti più deboli che diventano vittime dei detenuti più forti che tendono a riprodurre nel carcere l’ambiente esterno fatto di violenza e di sopraffazione. Nell’affrontare la questione dei decreti di sicurezza che dovevano essere modificati fin dalla costituzione del nuovo governo e che, invece, complice anche la pandemia, sono rimasti nel cassetto, il garante evidenzia come il testo adottato sia incompatibile con gli obblighi internazionali cui l’Italia è vincolata, a partire dalla norma che obbliga il soccorso in mare di soggetti in difficoltà. “Senza un passo indietro del legislatore ed un ripensamento globale delle politiche di gestione delle frontiere, dichiara Palma, il Mediterraneo rischia di rimanere teatro di violazioni”, ribadendo “l’impossibilità di ritenere la Libia un porto sicuro, cosa di cui nessuno più dubita”. Per quanto concerne specificamente la emergenza sanitaria, il Garante ricorda come essa abbia comportato gravi rischi anche per la popolazione carceraria, criticando l’operato del governo che dovrebbe affrontare il problema con una continuità sistemica “che richiede un ripensamento complessivo sull’emergenza delle pene e sulla criticità della pena carceraria come sistema di risposta alla commissione del reato”. Un’esigenza questa ribadita anche negli ultimi anni nel corso dei quali sono stati gli stessi vertici dell’Organizzazione giudiziaria a raccomandare alle Procure italiane di ricorrere al carcere solo eccezionalmente ossia quando non sia più possibile ricorrere a forme alternative al carcere e soprattutto limitare l’uso della carcerazione preventiva che continua ad essere un’anticipazione di pena, quando non è terminato l’iter giudiziario che potrebbe anche finire con una sentenza di assoluzione. Invito che continua a cadere nel vuoto grazie ad una ormai inveterata abitudine di mettere al sicuro “il delinquente” anche quando non si è sicuri che abbia commesso il fatto-reato. Un comportamento dell’AG che spesso è stato condannato anche dalla CEDU. Per finire, la relazione affronta anche il caso della protesta e dei disordini in carcere che hanno provocato la morte di 14 detenuti.

Evento tragico – scrive il Garante – che è stato rapidamente archiviato, quasi fosse “effetto collaterale” delle rivolte causate da una comunicazione sbagliata tendente a presentare le misure che si stavano adottando come totale preclusione di contatti con l’esterno, niente colloqui con le persone ma neanche più semilibertà o permessi o attività che vedeva il supporto di figure esterne”. Proprio quelle misure che tendono a mitigare la violenza del carcere. Un aiuto psicologico per i reclusi che così possono mantenere un contatto con la società esterna. Una pressione che è sembrata eccessiva caricando di angoscia tutta la popolazione carceraria. Altro che disegno eversivo, come si è espressa più di una Procura, accusando i reclusi di aver organizzato, sotto la guida della criminalità organizzata una vera e propria rivolta nelle carceri approfittando della emergenza in atto. Il Garante ha anche criticato i vertici della giustizia – a partire dal ministro in carica – di “aver finito di applicare la normativa prevista dal 41 bis cp. alla quotidianità detentiva di tutti”, finendo per aggiungere benzina sul fuoco.

La relazione del Garante non è andata giù all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, che con il linguaggio che lo qualifica, ha definito Palma “il Garante dei delinquenti” aggiungendo che “ad aver bisogno di un Garante non sono i delinquenti e gli spacciatori ma gli agenti di custodia, troppo spesso aggrediti, minacciati e persino denunciati”.  Orbene, dalle ultime cronache registrate nelle carceri italiane, sembra che a ricorrere alle aggressioni sono stati soprattutto i “secondini” come nel carcere di S. Maria di Capua Vetere dove circa 300 energumeni a volto coperto hanno picchiato i reclusi che si erano permessi di denunciare al Magistrato di Sorveglianza le sevizie cui erano stati sottoposti i reclusi. Pronta la replica di Palma che ha commentato: “Se una persona che ha avuto per accidente nella vita un ruolo istituzionale si esprime in questo modo rispetto ad altre istituzioni non merita alcun commento da parte di chi nelle istituzioni crede realmente”. La controreplica di Salvini è giunta a stretto giro “Io sono stato eletto dagli italiani, il Garante dei delinquenti da chi è stato eletto?”. Lo dovrebbe sapere anche un deputato della Repubblica che il Garante è stato nominato dai Presidenti dei due rami del Parlamento scelte tra persone in possesso di un adeguato curriculum professionale. Questa nota polemica è solo frutto della sfrenata voglia di “protagonismo” di questo campione del giustizialismo che non dimentica mai di apparire in tutte le occasioni che si presentano, andando a far comizi o sul ponte Morandi a Genova o nella desolazione di un paese del Sud, Mondragone dove è stato accolto in maniera diversa da come prevedesse, interrotto dalla folla di disperati e costretto alla fine a scappare via prima che la situazione potesse degenerare. Ogni tanto, il popolo cui spesso il soggetto si richiama, si prende pure qualche soddisfazione ricordandogli che la prossima volta l’urna potrebbe pur riservare qualche sorpresa a questo difensore della legge o potrebbe essere la giustizia a dargli il colpo finale prima delle prossime elezioni.

02/7/2020

CARCERE E REPRESSIONE

 

 

 

 

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