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Il caso “Enrica Lexie” innanzi al Tribunale di Amburgo

Giusto qualche mese fa è iniziato innanzi al Tribunale Internazionale del Diritto del Mare di Amburgo il procedimento promosso dal Governo Italiano che ha deciso di attivare, per il caso dei due militari italiani, uno detenuto in Italia e l’altro autorizzato a restare temporaneamente in Italia per cure mediche, il sistema arbitrale previsto dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, ratificata sia dall’Italia che dall’India, competente per la richiesta di eventuali misure provvisorie. In pratica l’Italia ha richiesto la fine della detenzione dei due marò tenuto conto anche dei ritardi della giustizia indiana che, a tre anni e mezzo dai fatti, non ha ancora precisato quali siano i capi di imputazione. Se questo è un fatto, non si vede perché l’Italia abbia tanto atteso in questi anni potendo benissimo richiamare la Convenzione ratificata da entrambe le parti per portare la vicenda innanzi ad un Tribunale Arbitrario certamente in una posizione più autonoma rispetto ad un Tribunale indiano. La posizione dell’India è abbastanza dura: in realtà, essa contesta la competenza del Tribunale adito in quanto la controversia non è collegata alla navigazione e si oppone, comunque, ad una revisione – sia pure provvisoria- delle misure già prese nei confronti dei due militari, ricordando il comportamento del Governo italiano che, per bocca del suo Presidente (all’epoca Monti), si era impegnato per far rientrare in India i due militari in permesso in Italia, rifiutandolo successivamente, salvo un successivo ripensamento per salvare la faccia. Certo è che a fare le spese di questa controversia- prima politica e poi giudiziaria – sono proprio i due ufficiali italiani che all’epoca svolgevano un’operazione per contrastare gli atti di pirateria su una nave civile battente bandiera italiana. Innumerevoli gli errori commessi innanzitutto dai politici: all’epoca il Ministro della difesa era La Russa (Governo Berlusconi) che mandò allo sbaraglio i militari italiani senza che fossero precisati i limiti di questa operazione, uso delle armi compreso. Altro errore fu quello del capitano della nave che decise di lasciare le acque internazionali rientrando nel porto indiano. Si è trattato anche qui di una scelta non condivisa che poteva essere evitata in quanto, rientrando in un porto indiano, quello che era un reato commesso in acque internazionali, per cui la competenza spettava all’Italia, è diventato un reato perseguibile dalla giustizia indiana. Purtroppo, malgrado anche i richiami a precedente giurisprudenza, il Tribunale del Mare non ha ritenuto di accordare la misura richiesta dall’Italia, che era quella di concedere ai due marò di ritornare in Italia, fino alla fin del processo arbitrale da instaurare innanzi ad una Corte Arbitrale, in quanto si tratta di misure strettamente legate al merito della vicenda che non possono essere assunte nel procedimento cautelare, limitandosi a stabilire che Italia e India si astengano dall’avvio di nuovi procedimenti che possano estendere la controversia. Intanto, il 24 settembre Italia e India dovranno presentare un rapporto sull’attuazione della misura cautelare. Ovviamente, l’India non avrà difficoltà a dichiarare di aver sospeso il procedimento ma questa sospensione non gioca a favore della difesa dei due marò in quanto, se temporaneamente l’India ha sospeso ogni procedimento, non è neppure competente a pronunciarsi sull’eventuale richiesta di prolungamento del permesso in Italia per Latorre e su una possibile istanza di Girone di rientrare in patria, fino alla fine della vicenda giudiziaria. La parola passa dunque alla difesa dei due militari che si dovrà attivare per la costituzione di un Tribunale Arbitrale che possa giudicare sulla vicenda: tempi lunghi che bloccheranno ogni ulteriore provvedimento che potrebbero richiedere i due ufficiali. A meno che non intervenga un provvedimento di clemenza emesso dai giudici indiani (che però si dicono incompetenti) o del potere politico, anche se proprio il partito al potere in India ha fatto un uso politico di questa vicenda a fini esclusivamente elettorali. La vicenda, per certi aspetti, fa ricordare quella emblematica dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti, condannati senza prove concrete, riabilitati solo dopo la morte. Noi attendiamo che sia resa giustizia ai due fucilieri in nome del diritto e che siano restituiti al più presto alle loro famiglie.

Settembre 2015

(Avv. E. Oropallo)

 Il caso Enrica Lexie innanzi al Tribunale di Amburgo

 

 

 

 

 

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