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LA CRISI CLIMATICA IN GROENLANDIA

L’estate scorsa, per due motivi si è molto parlato della Groenlandia” scrive il quotidiano “La Repubblica” del 24 ottobre scorso. Il primo è stato quello della offerta lanciata da Trump di comprare l’isola che fa parte della Danimarca, che il governo danese si è affrettato a  rifiutare. In effetti, da un po’ di anni la Groenlandia, l’isola più grande del mondo, fa gola a molti pretendenti. Innanzitutto, agli Stati Uniti che dal 1951 hanno una base militare sull’isola. Anche Mosca vorrebbe riaprire le basi che aveva all’epoca della guerra fredda mentre la Cina è interessata di più all’apertura del passaggio a Nord-Ovest per sfruttare le ricche risorse minerarie. Quest’ultima ha tentato di finanziare anche la riapertura di due aeroporti locali ma il governo danese ha bloccato l’appalto mentre nel 2016 è stata annullata la vendita di una base navale groenlandese perché il solo compratore che si era presentato era cinese. La principale ricchezza dell’isola è fondata dalla pesca del merluzzo, più ancora del turismo e del petrolio per cui i pescatori sono le prime vittime del cambiamento climatico perché, con la scomparsa dei ghiacciai, non possono né cacciare né pescare. In effetti la calotta glaciale si sta sciogliendo velocemente: l’estate scorsa si sono sciolte 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio versando negli oceani l’equivalente di 4,4 milioni di piscine olimpiche. La calotta che ricopre l’84% dell’isola è spessa più di tremila metri, una quantità sufficiente a far salire il livello dei mari di ben sette metri. Nell’estate scorsa lo scioglimento dei ghiacci ha provocato l’innalzamento degli oceani di un millimetro. Secondo il climatologo Jason Box, “a causa dell’aumento della temperatura, questa calotta glaciale è destinata a scomparire: possiamo solo chiederci quanto veloce sia la sua scomparsa”. Fino ad oggi il buon livello di vita agli abitanti dell’isola è stato garantito dal governo centrale che finanzia per il 50% il suo bilancio. Però ci sono sempre di più persone che vogliono riappropriarsi del loro patrimonio culturale scomparso. E lo fanno anzitutto mangiando carne di balena, foca, tricheco o renna. “Certo oggi è passata l’epoca della caccia alle balene: è troppo tardi per tornare indietro ma – dice l’antropologo francese Jean Michel Heilmann – siamo in molti a volere l’indipendenza anche se non è ancora il momento di chiederla . A questo punto poco importerà se ad aiutarci saranno gli americani, i cinesi o i danesi”. Una prospettiva questa assai preoccupante perché potrebbe riaprire la gara tra le potenze mondiali per  accaparrarsi tutta l’isola o una parte di essa. E certo non saranno gli investimenti promessi che potranno andare nella direzione del rispetto dell’ambiente e della cultura locale. Al contrario, crediamo, che i tentativi delle grandi potenze finora bloccati dal governo danese potranno avere successo dando inizio allo sfruttamento delle numerose risorse che nasconde la calotta di ghiaccio che finirà solo per sradicare la cultura millenaria degli abitanti di questa isola oltre a dare inizio ad una massiccia distruzione dell’habitat naturale. E’ giusto dunque che si intervenga oggi per conservare questo immenso patrimonio di acqua dolce che potrà essere decisivo nei prossimi anni per bilanciare la siccità che sta invadendo anche il territorio di questo nostro continente e a dare alle popolazioni locali l’opportunità di riappropriarsi delle proprie tradizioni culturali.

Novembre 2019

La crisi climatica in Groenlandia

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